Cimeli dal passato

Rovistando tra vecchi backup di file, è saltato fuori un racconto pubblicato molti anni fa (era l’estate del 1996?) sulla Gazzetta di Mantova che in quel periodo aveva chiesto di inviare racconti gialli ambientati in città o in provincia. Io mi cimentai in questo noir ambientato in un ipotetico ‘800 e dopo qualche settimana pubblicarono il racconto.

Purtroppo non trovo più il quotidiano di quel giorno, ma posso garantirvi che vedere la mia fotografia e il mio racconto sulle pagine di quel giornale mi fece emozionare tantissimo!

Di seguito la versione originale, un po’ acerba come stile, ma che mi fa ancora piacere rileggere.

Ombra

È l’alba di Ferragosto, nessuno in città sa che sta per accadere qualcosa di spaventoso, tranne una persona: il momento è vicino. Poca è la gente a Mantova che gira per le vie deserte del centro.
Ma c’è ancora da aspettare: solo così il piano si compirà come era stato stabilito.
Scorron lente le ore, non c’è un alito di vento che muova le foglie ingiallite dall’afa; i laghi sono specchi di luce su cui il sole riflette i suoi caldi raggi: manca poco…
Le strade hanno ormai l’aspetto di una città fantasma: qualche donna si muove in fretta tra i portici non celando la propria inquietudine: che strano giorno.
Ormai le vie sono sgombre e nessuno s’arrischia più a uscir di casa: sono già le tre di un pomeriggio infuocato.
Qualcosa si muove: un’ombra getta la sua oscurità sull’acciottolato, ma la figura è segnata da un incerto contorno che fugge rapido da occhi indiscreti che spian dalle porte e dalle finestre lievemente aperte.
Si muove rapida tra le case quella misteriosa figura, come se conoscesse bene i posti che vede.
Intanto alcuni ragazzi schiamazzano nella via parallele: teme che si veda e così si dilegua in un anfratto tra due case, ma il tempo stringe e bisogna muoversi pur rischiando qualcosa. Manca poco alla meta: ora il caldo è talmente torrido che nemmeno i piccioni lasciano le grondaie e solo una carrozza si sente in lontananza con il cupo battere degli zoccoli sulla strada. Il losco figuro continua ad avanzare tra viuzze segrete e strade deserte.
Ogni tanto si ferma a fontane ormai aride e trova ristoro con poche gocce d’acqua. S’è tolto il cappello e si scopre una folta chioma di capelli biondi e lunghi, ma il viso è ancora celato dal nero mantello.
La corsa continua senza ulteriori soste con la frenesia di chi è all’ultima spiaggia e non ha nulla da perdere.
Arrivata in piazza Sordello l’ombra si ferma, ansante, e volge lo sguardo a destra e a manca, per individuare estranee presenze: non c’è nessuno.
Di fronte il duomo è addobbato da paramenti ricchi per il giorno di festa appena celebrato; durante la funzione, due diaconi sono divenuti sacerdoti con la consacrazione del vescovo.
La figura si muove rasentando i muri e passando sotto i portici di palazzo Ducale: di fronte alla casa vescovile compie un gesto di stizza, cadendo poi in ginocchio, cercando di celare un pianto dirotto. È una scena straziante, ma di breve durata.
Da sotto il mantello un luccichio fa capolino e non preannuncia niente di buono: sembrava un pugnale, o forse era un semplice orologio da taschino?
L’ombra riprende la sua marcia, e fa ingresso in duomo: fa attenzione a non farsi notare, e poi richiude cautamente il portone dietro di sé.
La chiesa pare vuota a un primo sguardo, ma l’occhio attento della sagoma in nero nota nella luce soffusa un movimento di ombre nella zona dell’abside e corre con passo felpato verso l’ultima navata di destra, cercando di nascondersi dietro un confessionale ligneo.
L’uomo che si muove nell’abside è un prete, dall’aspetto giovane e vagamente turbato: forse è proprio uno di quelli consacrati nella messa mattutina. Sta sistemando fiori intorno all’altare maggiore e mentre li dispone con cura le sue labbra recitano freneticamente delle ritmiche litanie imparate in seminario.
L’ombra intanto è avanzata di soppiatto ed è giunta alle spalle del sacerdote, che continua a sistemare fiori e a pregare.
Con un balzo repentino l’ombra gli si para davanti: il prete riconosce chi ha di fronte, ma non riesce a proferir parola.
Di nuovo quella luce sinistra scintilla sotto il mantello, ma questa volta li luccichio si spegne nel petto del malcapitato, a cui era impedita la parola dalla paura e da un fazzoletto tenuto dal nero guanto sulla sua bocca.
Il pugnale d’argento resta conficcato nel cuore del giovane ormai esangue, mentre una nuova e precipitosa fuga ricomincia per l’ombra.
Ormai i guanti insanguinati sono stati abbandonati e non celano più le candide mani, che si portano ripetutamente agli occhi per asciugare le lacrime nascoste dal cappello.
I giorni sono trascorsi ed il fatto ha lasciato la gente completamente a disagio.
Nel pomeriggio del 18 agosto un pescatore nota nel lago di mezzo una macchia scura: lentamente s’avvicina e vede un mantello ed un cappello entrambi neri.
C’è un cadavere nascosto dagli indumenti: l’anziano pescatore lo recupera e nel fugargli addosso trova un piccolo scrigno sigillato. Serve poco per riuscire a forzarlo e all’interno c’è un piccolo foglio con poche parole: “La vita senza te non val la pena di essere vissuta: ci rivedremo nell’aldilà e non ci separeremo più”.

4 pensieri su “Cimeli dal passato

      1. E’ un’osservazione interessante, la tua.
        In effetti potrebbe essere, una chiave di lettura, ma io rispetto più ciò che sono di ciò che ero, perché ciò che sono l’ho più voluto, mentre ciò che ero l’ho più subìto.

        Mi rendo conto che è molto criptico, però. Il presente non deve escludere il passato, su questo sono d’accordo! 🙂

        Piace a 1 persona

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