Viaggio e Romanzo: un binomio naturale – parte 1

La Brigata della Speranza è il romanzo di un viaggio che inizia con un percorso reale, la ricerca di un fratello lontano da tempo, e si trasforma in un’iniziazione alla conoscenza e rivelazione di verità e valori morali ormai dimenticati: in questo percorso ideale vorrei accompagnarvi attraverso alcuni stralci del libro, in modo da farvi capire il succo della storia e aiutarvi a cogliere le metafore che si celano dietro la storia di un mondo fantasy, possibilmente senza spoilerare più dello stretto necessario.

(diamo un po’ di colore alla pagina)

Questa parte è dedicata alla partenza, con i suoi ostacoli: il distacco dalla famiglia…

Il crepuscolo stava cedendo il passo all’alba e il profilo di Diesef fece capolino all’orizzonte, oltre le creste innevate dei monti Queqittigas in parte celate dalle nubi bianche e soffici che ne coronavano i picchi; la foschia e la penombra occultavano ancora la valle di Dratas, a Nord-Est.
Siina osservava quel panorama trattenendo il respiro e gli occhi arrossati guizzavano da un punto all’altro di quel paesaggio: i colori caldi delle foglie che punteggiavano rami e prati ancora verdi; il bianco screziato di grigio delle rocce dei monti Queqinavera; il fumo che saliva dai comignoli delle case di Trarcis. Le lacrime avevano lasciato sulle sue guance delle scie che andavano a congiungersi sul mento, dove l’ultima era rimasta aggrappata alla pelle abbronzata; alle spalle della ragazza erano ben visibili le impronte sull’erba che andavano dalla casa alla staccionata; i piedi nudi erano ancora imperlati della rugiada mattutina.
Le labbra di Siina si schiusero «È ora» le sue dita strinsero il legno fino a far sbiancare le nocche. Una folata di vento fece svolazzare la lunga sottoveste di cotone ingiallito che le aderì al corpo, risaltando i contorni sinuosi delle cosce e dei fianchi. Un brivido la scosse e con le mani iniziò a sfregarsi braccia e spalle. Siina si voltò a oriente. Dell’azzurro dei suoi occhi rimase solo una sottile linea: socchiuse le palpebre e si schermò la fronte con la mano quando i raggi che si riflettevano sui ghiacciai la colpirono dritta in faccia.
Il cigolio della porta dietro di lei la fece sussultare; si irrigidì e si sfregò di nuovo le braccia. Si voltò reggendosi con i palmi al legno umido che odorava di resina.
Marla era fuori dalla casa e le due si guardarono negli occhi; un sussulto agitò il petto della donna: teneva per mano il piccolo Julor, che si strofinò gli occhi con la manina libera prima di sbadigliare.
«Madre, lo sapete che non mi farete cambiare idea.» Siina sbuffò e si girò, a sbirciare la valle alle sue spalle «Come ve lo devo dire?» serrò la mascella e tornò ad affrontare lo sguardo della donna.
Marla emise un lungo sospiro e scosse la testa «Che ne sai tu del mondo che c’è là fuori?»
Siina si staccò dalla staccionata «E Ran? Lui cosa ne sapeva?» serrò i pugni e digrignò i denti.
Julor si era divincolato dalla presa e corse verso il faggio, cercando di acchiappare al volo una delle foglie che volteggiava nell’aria; le due osservarono quel suo gioco.
«Lo so che non vuoi ascoltarmi, figlia mia, ma tuo fratello…» si schiarì la voce, lanciando un altro sguardo al figlio più piccolo «Sai come vanno queste cose: per te è diverso.»
«Perché sono una femmina?» Siina si portò le mani ai seni agitandoli «Oggi però…» si morse il labbro inferiore.
La madre estrasse dalle pieghe del vestito un sacchettino di stoffa bianca «Sto sprecando il fiato, lo so.» fece un passo in direzione di Siina «Sono qui per salutarti e per augurarti…» Marla si mise a singhiozzare e distolse lo sguardo dalla figlia: le lacrime presero a scorrere, le rughe della fronte e intorno alla bocca sottile si fecero più profonde. Fece un altro passo verso Siina e il piccolo involto che la donna teneva tra le dita oscillò. La ragazza abbozzò un sorriso e avanzò sulle punte dei piedi nell’erba ancora umida del mattino: quando furono vicine si abbracciarono. Julor corse da Marla, si aggrappò alla sua mano e alzò trionfante la foglia del faggio che aveva acchiappato.

… e la difficoltà della gente ad accettare le decisioni controcorrente.

A ogni passo fatto lungo il sentiero che la conduceva dal pianoro dove sorgeva la sua casupola fino all’altopiano sottostante verso il villaggio di Trarcis, il volto della ragazza si rilassava e cresceva il sorriso sul suo volto. Si mise a fischiettare e a danzare per la stradina ghiaiosa.
Siina superò di slancio una dozzina di abitazioni, l’emporio di Lerak e la locanda del Fischio della Marmotta, seguita dagli sguardi dei suoi compaesani, che mormoravano tra di loro al suo passaggio: alcuni scuotevano il capo, con aria accigliata; altri alzavano una mano abbozzando un saluto: la ragazza serrò la mascella e aumentò l’andatura.
Arrivata alle ultime case di Trarcis, Edin Nerold, il fabbro, le stava sbarrando la strada a le braccia conserte «Dove sta andando di bello la piccola Siina?» tirò su col naso e sputò «Non starai scappando di casa, vero? Lo sai che fine fanno i randagi nel mio villaggio.» guardò verso la piccola costruzione di legno con le sbarre di metallo alle finestre.
Siina si arrestò a una decina di passi dall’uomo «Certo che lo so, grosso idiota dalla testa pelata.» fu solo un filo di voce quello che le uscì dalle labbra; fece qualche altro passo «Sapete, messer Nerold, oggi è il mio sedicesimo genetliaco e per la legge sono libera di uscire dal villaggio anche senza il permesso di mia madre.» c’era spavalderia nelle sue parole e questo acuì l’espressione accigliata dell’uomo «Non volevo essere maleducata, messer Nerold.» Siina abbassò il capo, guardandolo di sottecchi, «Un paio di giorni fa abbiamo avuto un messaggio di mio fratello Ran, che ci invitava al villaggio di Anidd, dove dice che ha trovato un lavoro e che vuole mettere su famiglia.» Edin Nerold sgranò gli occhi e rimase a bocca aperta «Avete la stessa faccia che ha fatto mia madre: non potrei mai perdermi per nulla al mondo le sue nozze. Riuscite a immaginarlo, voi, quel mascalzone di Ran che si sposa? Ma se proprio ci tenete, potete accompagnarmi, messer Nerold: sono sicura che anche lui sarà felice di rivedervi.» si morse il labbro, smorzando il sorrisetto che le era spuntato sulle labbra.
Il fabbro si lisciò i baffi scuri che gli coprivano buona parte della bocca e scendevano fino al mento «Quel buono a nulla di tuo fratello.» aggrottò la fronte e sputò «Verrò con te da quel piantagrane.»
Siina sbiancò «Non… non c’è bisogno… posso cavarmela da sola.» fece un passo indietro «Sono decadi che non si sentono vo… voci sui pelleverde… o sui briganti.»
«Ho deciso.» l’uomo mosse il braccio davanti a sé, interrompendo la discussione «Stasera alla riunione sceglierò una mezza dozzina di uomini di Trarcis, così domattina potremo partire.» si voltò, avviandosi verso la fucina «Quando rivedrò tuo fratello, gli dirò chiaro e tondo che non dovrà mai più rimettere piede da queste parti, oppure…»
Il fabbro stava ancora gesticolando con veemenza con i pugni che fendevano l’aria «Oppure cosa? Gli darete una lezione come l’ultima volta? Forse la memoria inizia a farvi difetto, messer Nerold.» la voce canzonatoria giunse dalle spalle di Siina e alle parole seguì una grassa risata.
Il colorito e il sorriso tornarono sul viso di Siina «Nahua.»
«Co… cosa… che ci fai tu qui?» il fabbro si era voltato, vide il volto del nuovo arrivato arretrò di un passo «Non… non creare guai o stavolta finisce male anche per te, vagabondo!» la voce tentennò.
Nahua si portò a fianco di Siina e lasciò cadere la sua sacca «Accompagnerò io la ragazza a destinazione: voi non dovrete scomodarvi o farle perdere altro tempo.» ammiccò alla volta della giovane.
Edin Nerold avanzò verso i due, livido in volto «Chi ti credi di essere, ragazzo? Questo è il mio villaggio!» sputacchiò saliva insieme alle parole, torreggiando su di lui.
Nahua torse il busto, portò all’indietro il mancino e assestò un pugno alla bocca dello stomaco dell’uomo, che si piegò in due e boccheggiò. Il gancio destro alla mandibola fece stramazzare Edin Nerold al suolo e Nahua gli puntò l’indice dritto in fronte «Tieniti il tuo sudicio villaggio: Siina verrà via con me.»
Un rivoletto di sangue sgorgava dal labbro rotto: il fabbro annuì.
Tra la gente che aveva assistito alla scena alcuni si avvicinarono al fabbro «Andate via, razza di buoni a nulla!» Edin Nerold si rialzò e traballò sulle gambe; si prese il mento tra le dita, saggiando la mandibola «Non ci siete mai quando c’è bisogno di voi.»

Nahua recuperò il suo bagaglio «Andiamocene.»

Entrambi gli estratti sono nel primo capitolo del libro.
Fatemi sapere cosa ne pensate, se vi sono piaciuti i brani e se questa rubrica vi ispira oppure se una volta basta e avanza.
Aspetto il vostro riscontro… e vi auguro buon weekend!

7 pensieri su “Viaggio e Romanzo: un binomio naturale – parte 1

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