Viaggio e Romanzo: un binomio naturale – parte 2

Come già detto, La Brigata della Speranza inizia con un viaggio, un tragitto che la protagonista intraprende per lasciare il proprio villaggio natìo, ma che si trasforma un’esplorazione di un mondo a lei ignoto, pieno di sorprese e di novità, ma anche di consapevolezza che la ricerca del fratello è stata solo la punta dell’iceberg della motivazione che l’ha costretta a incamminarsi verso una realtà più grande e complessa.
Stavolta sono tre gli stralci: il primo parla del contatto con la novità e l’inconsueto…

Una vecchia foto: cosa meglio di un cavallo può simboleggiare un viaggio in un mondo fantasy?

Avanzarono nell’intricato dedalo di strade strette e trafficate della periferia di Kelistuir, conducendo Dacky per le briglie: la gente che incontravano si scansava al loro passaggio e tra quelli, videro molti mezzelfi «Vedi come nascondono le orecchie coi capelli o sotto al berretto?» Nahua ne additò uno «Nelle città se ne trovano molti: hanno vergogna del loro sangue, per questo non vogliono farsi riconoscere.»
«Dici? Non è che lo fanno invece per evitare guai?» Siina guardò il viso del sergente e scorse una smorfia di disgusto «Mi spieghi perché non ti piacciono?»
«Dico solo che non voglio averci a che fare.» Nahua serrò la mascella.
Siina si fermò a osservarne uno che stava intrecciando un cesto di vimini: del tutto simile a un umano, solo le orecchie leggermente affusolate e gli occhi vagamente a mandorla lo identificavano come tale.
«Se non altro gli elfi» il sergente ne indicò uno col mento «non si nascondono, anzi… Non so bene per quale stupido motivo, ma vanno fieri delle loro origini!» sospirò e si strinse nelle spalle.
Siina guardò dove aveva indicato Nahua e rimase a bocca aperta: aveva tratti del viso delicati, il mento e le guance glabri e orecchie più appuntite e lunghe, oltre agli occhi più sottili e allungati «Ma… ma è bellissimo!» sbatté più volte le palpebre.
«Può darsi, ma resta pur sempre un elfo.» Nahua sputò a terra.
Fuori da una bottega su cui era esposta un’insegna con un martello un’incudine stilizzati, due nani stavano discutendo brandendo pesanti martelli «Che Iggnifer ti strini quella tua barba arrugginita, Frolmin: come ti è venuto in mente di assumere questo gnomo? Vuoi farci morire tutti quanti?» e l’altro replicò «Sei tu che gli hai detto di occuparsi del mantice, stolto di un Kada che non sei altro: serviva uno per spazzare i pavimenti, non per fare il lavoro al posto tuo.» e si scambiarono tutta una serie di insulti con un accento aspro: ambedue portavano pesati grembiuli di cuoio, in buona parte nascosti dalle loro fluenti barbe, l’una della stessa tinta del rame e l’altra nera, e solo gli occhi scuri e infossati si distinguevano nei volti sporchi di fuliggine. Alti quanto un bambino di una dozzina d’anni, avevano spalle larghe e ventri prominenti, oltre a braccia nerborute e un collo taurino. Dietro di loro, rannicchiato contro il muro dell’edificio, lo gnomo li ascoltava a testa bassa: si sarebbe potuto scambiare per un elfo bambino per le orecchie e il suo corpo mingherlino, ma il naso sproporzionato rispetto alla faccia lo escludeva categoricamente.
«Ci sono pure nani… e gnomi!» Siina tirò la manica di Nahua «Sai che non ne avevo mai visto uno?»
Nahua allargò le braccia coi palmi rivolti verso l’alto «Benvenuta in città!» e mormorò «Dove puoi trovare ogni razza, comprese quelle più insolite.» indicò col mento un minotauro, fermo davanti a un edificio, con la lancia ben salda nella sua mano ricoperta di peli bruni «E Dratas sarà ancor più sorprendente…»
La voce di Nahua si perse tra tutte quelle che Siina stava sentendo e che giungevano da ogni direzione, con ogni genere di accento o inflessione: la ragazza si voltava a osservare verso ogni suono o volto nuovo e si soffermava a guardare ogni edificio che incontravano lungo quella strada.

Capitolo VI

Da questo brano emerge un’altra tematica importante del libro: la diffidenza per il diverso o, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, il razzismo. E’ una questione che fa da sfondo all’intera vicenda e che influenza, in maniera più o meno velata, il corso degli eventi.

I due brevi estratti successivi, invece, raccontano le paure di Siina che l’hanno indotta a partire da Trarcis.

«Che fine hanno fatto gli altri?» Nahua affiancò la ragazza «Non ho più saputo nulla.»
Siina si passò una mano tra i capelli «Qualche mese fa Nall Koslan ha sposato Holljus Nerold, il fratello del fabbro: ora hanno un figlio.» un sorrisetto triste comparve sul volto della ragazza «Mio padre l’ha saputo quando ormai era troppo tardi, altrimenti avrei fatto io quella fine.» dalle labbra di Nahua uscì una sorta di grugnito «Quando quell’uomo è rimasto vedovo, Pernjus era ancora nei pascoli e quindi non ha potuto offrirmi: sarei stata io sua moglie a quest’ora.»
Il giovane piegò la testa «E di Ecris che mi dici? Sono passato davanti alla sua casa, ma sembra che non ci viva nessuno da parecchio tempo.»
«Infatti è così: non si sa più niente di lui da quando è partito, ma c’è chi dice che è stato ucciso dai pelleverde.» Siina scrollò le spalle «Non so cosa gli sia capitato, ma spero che sia vivo e in buona salute.»
«Viaggiare da soli è un rischio di questi tempi: tra orchi e briganti non si sa più chi temere di più.» Nahua guardò di sottecchi la ragazza «Ma non credo di dirti niente di nuovo.»
«Già: avevo una gran paura di lasciare casa mia, ma come potevo restare?» Siina gli si parò davanti e strinse il bastone con entrambe le mani «Sai cosa sono per Pernjus? Una capra. Un animale da vendere al mercato.»
Nahua si schiarì la voce «Tuo padre ti vuol bene, in fondo…»
«Te lo ricordi com’era quando si ubriacava?» la voce della giovane fremeva, Nahua annuì «Non sai quante botte si è presa mia madre solo per difendermi…»
Le lacrime presero a rigare il viso di Siina: Nahua le si accostò e le intercettò con le dita, mentre scivolavano e lasciavano una traccia pulita sul volto impolverato della giovane di Trarcis «Ora basta piangere, ragaz… Siina: proseguiamo.»

Capitolo I

«Nelithiel, ci porteresti la bottiglia e i bicchieri?» il maggiore si rivolse alla domestica, che stava togliendo i piatti vuoti dal tavolo.
«Subito, signore.» e poi sparì nella porta della cucina.
«È… È la vostra schiava, mia signora?» Siina deglutì, sbirciando verso Selin Erkel.
«Selin! No, non più ormai.» la donna scosse la testa «Nelithiel e il resto dei servitori non sono schiavi: lo erano al tempo in cui mio marito era in vita, ma io ho voluto che restassero alle mie dipendenze come persone libere: tengono in ordine la casa durante le mie lunghe assenze e in cambio dei servigi resi ricevono un salario.» Siina le fece un ampio sorriso «Godo di una piccola rendita per le attività di mercante di Heral, il mio defunto marito, che ora è gestita da mio cognato e questo mi permette di mantenere un buon tenore di vita.»
«Diventare una schiava è una sempre stata una delle mie paure più grandi.» Siina sospirò e afferrò la mano di Nahua «Alcune volte mi è anche capitato di svegliarmi in piena notte dopo aver sognato che ero in catene e venduta, anche se a dire il vero non ho mai visto nessun mercato degli schiavi.» si mordicchiò il labbro, alternando lo sguardo sui due ospiti, che la osservavano con espressione seria. «A Dratas di schiavi ne vedrai in abbondanza, invece.» Terlon Dreate annuì «E c’è anche un mercato se vorrai visitarlo: è uno dei più importanti lungo il grande fiume… dopo quello di Seqpuer, chiaramente.»

Capitolo VII

Spero che abbiate apprezzato questa seconda parte della tematica: finora penso di non avervi svelato nulla di sostanziale, però, ovviamente, sentitevi liberi di leggere gli stralci solo dopo aver letto la versione integrale e, in tal caso, riuscirete di sicuro a farvi un’idea migliore di quanto vi sto dicendo… o almeno spero!

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