Perché scrivo?

Non male come domanda, vero? Eppure la risposta a una domanda tanto banale non è così semplice da trovare come credevo.
Per poter dire perché scrivo è necessario fare un passo indietro e raccontare un po’ di me, anche perché le due cose sono strettamente correlate (ma va?) e quindi c’è da capire chi sono per poter comprendere cosa faccio.

Inizio col dire che la mia passione per la lettura comincia a prendere piede dalle elementari, quando la maestra si inventò una gara per stabilire chi leggeva più libri, presi dalla raccolta disponibile nella scuola: ora non ricordo esattamente come andò a finire la sfida con gli altri compagni di classe, ma so che nel giro di pochi mesi avevo letto una mezza dozzina di libri e per un bambino di otto o nove anni non è malaccio, anzi…
Da lì in poi, con tutti gli alti e bassi fisiologici che accompagnarono l’adolescenza, leggere mi è sempre piaciuto e in me cresceva l’ammirazione per coloro che raccontavano quelle storie, vere o inventate che fossero, perché intuivo quanto sarebbe stato gratificante riuscire a fare altrettanto.

Un giovane me al tempo delle elementari: sembra preistoria, e forse, in parte, lo è…

I primi esperimenti di scrittura arrivarono con le medie: si trattava di poesiole dedicate alle vittime delle mie infatuazioni che, non essendo corrisposte, avevano anche un certo pessimismo leopardiano che le rendeva tristi e accorate.
Col liceo, dopo almeno un paio d’anni di stagnazione produttiva, se non qualche background dei personaggi di D&D che mi divertivo a inventare e che sono state la base di alcune storie che verranno in seguito, tornai a confrontarmi con la poesia, ma a livello più evoluto e iniziai a sonettare nelle ore di italiano: non so perché, ma la letteratura imposta ha sempre trovato in me una resistenza e quindi evitavo di seguire troppo attentamente le spiegazioni, dedicandomi alla mia poetica giovanile, per poi far vedere il risultato alla professoressa alla fine dell’ora: spesso mi redarguiva, ma in alcuni casi apprezzava il componimento.
Fu proprio in una di quelle ore di italiano di quinta liceo (se non ricordo male), che presi la decisione che la poesia non mi si addiceva più ed era arrivato per me io momento di scrivere il romanzo!

Dopo la descrizione introduttiva a mo’ dei Promessi Sposi, che peraltro è riscontrabile anche all’inizio della Brigata della Speranza, il romanzo proseguì ben poco e senza una forma ben definita e rimase in un file per molto tempo prima dell’idea che mi fece tornare la voglia di proseguire.
Quel primo (pseudo)esperimento di scrittura è ancora incompiuto e l’ultimo periodo in cui ci ho lavorato è stato tra la fine del 2012 e i primi mesi del 2014, portando avanti alcuni capitoli, ma il libro è tuttora incompiuto.
Vi chiederete il perché e, come da un risultato tanto inconcludente la voglia di scrivere sia rimasta: quel libro era troppo pretenzioso e necessitava di uno studio e informazioni che al momento non possedevo (nemmeno tuttora) e quindi il suo progetto non è concluso, ma solo accantonato in vista del momento opportuno per riprenderlo tra le mani e portalo avanti; il tema del romanzo è, inoltre, un argomento quasi autobiografico che proiettava un me in un futuro maturo che ancora non conoscevo e idealizzavo, il che mi ha portato, con qualche disillusione, a non sentirlo più troppo mio.
Con La Brigata della Speranza, invece è stata l’idea, il tempo e la nuova sfida con me stesso a farmi arrivare a capo di un simile, imponente, lavoro.

Non ho risposto alla domanda?
Nì, in realtà dovrebbe essere emerso qualcosa dalla storia della mia vita che ho raccontato, ma ovviamente c’è dell’altro: scrivere per me è il modo più elementare di esprimermi, ancor più che con la comunicazione orale, soprattutto per quel che riguarda le emozioni e i sentimenti; è il mio modo di svelare al mondo la mia interiorità, le mie passioni e i miei modi d’essere.
Scrivere mi riesce molto più facile che parlare per molti argomenti; sarà anche che con lo scritto si può dire tutto e, in un certo qual modo, bisogna essere sinceri, perché quanto si mette un pensiero nero su bianco, questo resta e costituisce una prova.
Scrivere è inoltre piacevole, perché mi permette di esprimere quello che vorrei raccontare e che fatto diversamente, in un dialogo o una telefonata, mi darebbe la sensazione di fuori luogo e poco interessante, mentre se lo vedo su un foglio (o su uno schermo, ma l’effetto del foglio è più incisivo) prende forma di qualcosa di giusto e interessante.

Ok, ora direi che ho risposto alla domanda, ma se avete altre curiosità, non fate i timidi e chiedete… e poi aspetto anche di sapere il perché voi scrivete!

15 pensieri su “Perché scrivo?

  1. Sono rimasta incantata, boh non so come ma sono felicissima che tu ti sia aperto a noi lettori, rivelandoci qualcosa di te. Io sono una persona curiosissima ma non voglio chiederti nulla, piuttosto vorrei continuare a scoprire parti di te a poco a poco (buonanotte)

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