Nisuab Minphus, chi era costei? – parte 1

Come forse qualcuno ricorderà, la suddetta era stata citata nell’articolo Il mio stile di scrittura, in cui avevo postato il prologo del secondo romanzo (in lavorazione): il testo era derivato da un vecchio background di un personaggio di D&D a cui ero particolarmente legato, perciò ho sfruttato l’occasione per rivitalizzare la mezzelfa e riportarla all’onore delle cronache.
Oltre al testo citato, che narra appunto l’origine famigliare, adattato per la specifiche dell’ambientazione di Sphaera (geografia, pantheon e calendario) c’era tutta la parte di storia della sua vita narrata da Nisuab Minphus in persona (anche questa adattata) e che non credo che sfrutterò nel romanzo, se non per qualche accenno (forse), perciò mi piace offrire questo racconto inedito a tutti voi che mi seguite…
… e visto che è lunghetto, lo dividerò in 2 parti, giusto per non annoiarvi una sola volta, ma in ben due occasioni!
Vi riporto anche il prologo (allo stato attuale), in modo che abbiate ben presente da dove si parte.


Questi sono i fatti accaduti nel mese di Loront, dell’anno 963 III.C. il giorno della festa della Signora dell’Acqua, sull’isola di Dinvor, nell’arcipelago Zyhon; eventi di cui io, Manliok Arthurji, sono stato attento testimone diretto o di cui sono venuto a conoscenza da racconto certo e sicuro.

[…] Il giorno successivo, Horatius Minphus, figlio di Erant, si trovò da solo con la propria cugina, la giovane e avvenente Alphir, figlia di Omant, fratello minore di Erant: era il tempo in cui i mari si sgonfiano e lasciano spazio alla navigazione lungo le tratte oceaniche. Ebbene, quel dì ella fu presa con la forza e deflorata nel magazzino che suo padre possedeva nei pressi dei moli, tra le casse di armi e quelle della refurtiva; fu proprio Omant a scoprire la figlia, ormai prossima al sedicesimo genetliaco, che veniva disonorata brutalmente. Egli, da buon padre, dapprima pretese, seppur senza troppa foga, che il nipote si allontanasse da lei, minacciandolo con il proprio uncino, posto dove un tempo era la mano destra, ma al rifiuto del congiunto, più alto e robusto dello zio paterno, che invece continuò a sollazzarsi con Alphir fino al raggiungimento del piacere, desistette e propose infine a Horatius di non denunziarlo al tribunale del Codice dei Cavalcatori d’Onda, l’unica forma di giustizia presente sull’isola, e di acconsentire a prendere in moglie la cugina stessa. Nonostante le reiterate proteste della giovane, messe peraltro a tacere con un manrovescio del giovane figlio di Erant, egli si risollevò i calzoni e accettò la proposta di suo zio Omant.

All’indomani, nel pronao del tempio di cui sono umile discepolo, si svolse il rito, alla presenza dei due fratelli Minphus, padri dei due sposi, dei fratelli della sposa stessa, Mebor e Altion, e della sorella dello sposo, Medin; come è già stato registrato nei volumi precedenti, le mogli di Omant ed Erant, non presenziarono, in quanto erano state vendute, raggiunta l’età in cui non potevano più figliare, a una ciurma di minotauri.
La sposa aveva ancora il labbro rotto dov’era stata colpita il giorno precedente e stava tutta tremante al fianco del cugino e sposo, il quale, baldanzoso più che mai, scoccava occhiate tutt’altro che caste alla generosità del corpo della giovane moglie.

Finito il rito, i convitati parteciparono al banchetto imbastito in fretta e furia nello stesso magazzino in cui i due sposi furono protagonisti il giorno antecedente: vi si trovavano anche alcune delle schiave delle due famiglie in qualità di serve e fu proprio una di queste, la bella e flessuosa Ivorfin, un’elfa, a essere scelta come domestica e futura levatrice di Alphir, nonché concubina del marito, così come prevede la Regola 15, comma 2 del Codice dei Cavalcatori d’Onda di Zyhon.
E come a voler dare ulteriore prova della propria virilità, Horatius si ritirò ben presto dal banchetto, portando nella sua dimora le due donne, entrambe un passo dietro di lui, sempre secondo la tradizione dettata dalla Regola. […]

Dalle Cronache di Manliok Arthurji, chierico del tempio Dinvor e primo discepolo di Guissel Mairans, gran sacerdote di Voptarya nello Zyhon

Prologo (non ancora pubblicato)

E fu così che venni al mondo io, Nisuab Minphus, dalla relazione carnale tra mio padre, Horatius Minphus, e la sua schiava-concubina, Ivorfin, nell’isola di Dinvor dell’arcipelago di Zyhon.
Agli occhi di molti di voi, questo può apparire un destino crudele e un fato avverso: sciocchezze! È solo perché non sapete ancora cosa accadde gli anni successivi alla mia nascita, quando quella che io credevo essere stata un’infanzia normale si trasformò, in seguito, nel peggiore degli incubi.
C’era stato un tempo, nei due lustri e poco più dopo la mia nascita, in cui mia madre mi insegnò quel poco che ancora conservo nella memoria: mi istruiva nella lettura e nella scrittura, mi parlava con il dialetto dei suoi simili e mi tramandava parte della storia di famiglia, poiché in me era chiara l’ascendenza, nonostante i lunghi capelli scuri ricoprissero le orecchie decisamente più a punta di quanto fossero quelle degli umani; con questo suo fare, mi voleva aiutare nel caso avessi avuto la possibilità di lasciare l’arcipelago e approdare su uno dei continenti: forse possedeva anche qualche capacità divinatoria, chi può dirlo?
Avevo inoltre un fratellastro, Anamo, nato dalla moglie di mio padre, Alphir, tre anni dopo la mia nascita (nel 965 III.C.), che si era affezionato a me più di quanto mio padre lo fosse mai stato e almeno tanto quanto mia madre lo fu ai tempi della mia infanzia; però, proprio a causa di questo attaccamento fraterno, al fatto che ero figlia di una schiava elfa e che ero una femmina, la cosa peggiore in quanto inutile al lavoro e alla prosecuzione del nome della casata, ero divenuta il ricettacolo e la causa di ogni male che si abbattesse sulla famiglia; fu così che si decise di porre rimedio a tutto questo, senza nemmeno doversi inimicare la dea Voptarya.
Era la vigilia della “Prova dell’Acqua” per Anamo: stava per compiersi per lui il sedicesimo Giorno della Vita; io avevo ormai superato i diciotto anni, ma ero decisamente più minuta e fragile di lui, a causa del retaggio del sangue elfico che scorre nelle mie vene. Ebbene, il nostro stesso padre, Horatius, ci volle entrambi presenti e ci disse: «Ora voi due andrete incontro al vostro stesso destino. Tu, figlio mio, diverrai forte e robusto più di me, comanderai una flotta e ti arricchirai come nessuno mai nella nostra famiglia». Questa frase è la stessa che ogni padre pronuncia davanti al proprio discendente, per cui non ci fu alcuna particolare sorpresa; tuttavia egli non ci congedò subito e proseguì: «Tu, seme dei miei lombi, figlia bastarda e procacciatrice di sventura, sarai sacrificata alla Signora dell’Acqua e riporterai con la tua morte la ricchezza e la fortuna nella casa che troppo a lungo ti ha ospitato. E lo farai da schiava! A te, figlio mio prediletto, l ‘onore di porre fine all’inutile vita di Nisuab, nella speranza che gli abissi accolgano il suo corpo come dono per i loro banchetti».
Immagino che voi capirete che cosa significasse tutto ciò, e quindi non vi stupirete sapendo che cominciai ad urlare, scalciare e dimenarmi, mentre ero trattenuta da due sgherri di mio padre, comparsi quasi dal nulla alle mie spalle; e tutto quello avvenne, alla presenza dell’intera famiglia, mia madre inclusa, che singhiozzava sommessamente, mentre il resto sogghignava nel vedermi, alla fine, legata e imbavagliata e marchiata come proprietà di Horatius, che al contempo consegnò ad Anamo una copia del medaglione runico per impedire che morissi una volta allontanatami dalle coste di Dinvor. Fui legata a prora della piccola imbarcazione e affidata ad Anamo. Horatius si soffermò persino a constatare la tenuta dei nodi che mi trattenevano e non disdegnò di toccare il mio corpo laddove più mi procurava umiliazione; dopodiché se ne andò sogghignando, lasciandomi afflitta, disperata e in lacrime nel mutismo del mio bavaglio.
L’unico silenzioso e serio era proprio il mio fratellastro, che tuttavia non dava segno di volermi aiutare né, tantomeno, contravvenire agli ordini paterni. Fu così che spiegò le vele e fece uscire la piccola imbarcazione dal porticciolo, in direzione Est, mentre Diesef iniziava a levarsi al di sopra dell’orizzonte.
Una volta giunti in mare aperto, dopo aver controllato per l’ennesima volta le poche merci che costituivano il suo carico e il cui ricavo gli avrebbe fatto ottenere lo status di adulto nella comunità dei Cavalcatori d’Onda, venne verso di me e mi liberò dal bavaglio, ma si astenne dallo sciogliere i nodi che mi tenevano ancora legata, mentre io lo supplicavo di avere pietà di me e che sarei scomparsa per sempre dalla loro vita e questo sarebbe bastato per dimostrare la mia prematura dipartita.
Si disse dispiaciuto, e che non avrebbe mai voluto compiere quello che gli era stato ordinato, perché lui mi trovava gradevole e anche utile, in talune circostanze. Leggevo il conflitto interiore sul suo volto: la cosa durò almeno tre giorni e due notti, poiché il vento soffiava e lui era impegnato a governare le vele per trarne il massimo vantaggio possibile e arrivare nel Dodantior quanto prima.
Quando infine il viaggio stava volgendo al termine e la decisione di Anamo sembrava presa, egli mi tolse il segno della mia schiavitù col suo medaglione, ma solo per permettermi di poter perire da mezzelfa libera, in onore del nostro passato, senza tuttavia liberarmi dalle corde che mi tenevano legata a una piccola cassa. Sta di fatto che, forse distratto da queste ultime operazioni, mentre invocava Voptarya per il sacrificio rituale, il vento si levò improvviso e il boma girò rapido attorno all’albero e colpì Anamo alla nuca, facendolo crollare sul ponte in maniera rovinosa, con il sangue che si spandeva sulle assi della barca.
Devo ammettere che avrei tratto un sospiro di sollievo, se non fosse che, purtroppo, i guai erano solo all’inizio: eravamo in balia del vento e Diesef stava ormai calando all’orizzonte, ma in lontananza, da Ovest, si scorgevano delle navi ben più imponenti della nostra venire verso di noi.
Gridai per far rinvenire il mio fratellastro, ma a nulla valsero i miei sforzi: la prima nave ci sfiorò da tribordo, facendo oscillare la nostra imbarcazione quasi da ribaltarla per il rollio; ma fu la seconda, sulla cui rotta eravamo finiti per il precedente spostamento, che ci travolse in pieno; a bordo si sentivano i minotauri urlare per il gradimento di quella manovra, e nemmeno presero in considerazione l’idea di recuperare il piccolo carico che trasportavamo. E men che meno noi due.
Fu così che io e mio fratello Anamo finimmo in mare, speronati dal possente veliero.
Appena prima dell’impatto egli ebbe il tempo di riprendersi e fissare nella mia direzione, avvicinandosi lentamente a me tenendo nella mano tremante il proprio pugnale, ma il fatto che non riuscì a raggiungermi fu la mia salvezza e la sua fortuna avversa: egli, per l’urto, fu scaraventato contro la cassa a cui ero legata e l’impatto fu talmente violento che sentii le ossa del suo cranio infrangersi; io, quasi nello stesso istante, fui sbalzata lontano dal resto del natante e mi trovai, per puro miracolo, ancora legata ad alcune assi, ma con la faccia rivolta al cielo che stava via via diventando stellato.
Quando le cinque navi dei minotauri transitarono e ancora si udivano le risate e in lontananza, della nostra imbarcazione restavano solo dei detriti; il corpo di Anamo era sparito negli abissi, non lasciando alcuna traccia. Da quel che potevo comprendere, era stato inghiottito dalle nere acque: non aveva superato la Prova dell’Acqua! Risi istericamente per la situazione, pensando a mio padre, ricevendo per risposta lo scherno dei marinai che si allontanavano velocemente; infine mi lascia cullare dalle onde mentre il sonno mi pervadeva.

caravel ship by Skvor (fonte: DeviantArt)

Rimasi a galleggiare per altri due giorni, in balia del mare e sballottata dai venti e dalle onde che si alternavano in quel braccio di mare: non sapevo se le correnti mi stessero trasportando nella giusta direzione, ma fu quella la prima volta che mi misi a pregare intensamente Voptarya e forse le mie suppliche ricevettero una risposta, perché alla fine del secondo giorno, intravidi la terraferma. Ero ormai più morta che viva, disidratata e prossima all’emettere l’ultimo respiro, ma non era quello a cui ero destinata.
È da allora che provo una paura smisurata e incontrollabile quando mi trovo davanti alla distesa del mare, calmo o agitato che si possa presentare. Da quel giorno non ho mai più posto piede su una nave, ad eccezione di qualche zattera per attraversare piccoli corsi d’acqua, ma anche in quelle occasioni ho dovuto esercitare su me stessa una violenza quasi fisica per resistere alla paura e non fuggire urlando.

[Continua…]

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