Nisuab Minphus, chi era costei? – parte 2

Per chi si fosse perso l’inizio del racconto: Nisuab Minphus, chi era costei? – parte 1


Quando rinvenni, un pescatore era riuscito a trarmi in salvo e quel brav’uomo mi aveva condotto a casa sua, una casupola poco distante dalla spiaggia: mi rifocillò e mi diede un giaciglio, accanto a quello della sua unica figlia, poco più grande di me. Da lei ricevetti delle vesti che ormai le risultavano strette.
Rimasi con loro finché le ferite del mio corpo si rimarginarono e guarirono. Quelle dello spirito, invece, erano decisamente più profonde e non parlai a nessuno di quel che avvenne per un bel pezzo…
Una notte, quasi tre decadi dopo essere stata salvata, mi allontanai dalla quella nuova casa, dalla gente che mi nutriva e mi teneva con sé per pura benevolenza, ma che cominciava a farmi sentire come un peso, un fardello alla già precaria economia famigliare, come avevo avuto più volte avuto occasione di udire negli ultimi giorni, quando ascoltavo le conversazioni tra Siapha e suo padre Banur; forse credevano che io dormissi, ovvero ben sapevano che io li stavo udendo, sta di fatto che non mi dissero mai apertamente quello che pensavano e continuavano a sorridermi con un’espressione di pietà che io detestavo profondamente… E poi, anche se non era una cosa che si vedeva molto, per via dei lunghi capelli, ero una mezzelfa e questo su Sphaera ha ancora un suo peso.


Il villaggio più vicino, da quel poco che ero riuscita a farmi dire, era circa a tre ore di cammino e si trovava sulla strada per Lanther, seguendo la costa; l’alternativa era vagare verso Sud percorrendo strade e sentieri pericolosi, attraversare il Keldetuir e raggiungere il Glouhar, patria di mia madre. Optai per il Nord, e per il momento trascurai l’idea di raggiungere la “Grande Foresta”, così com’è conosciuto il Glouhar tra gli elfi del Ghadra, di cui mi aveva tanto parlato Ivorfin e dove parenti tuttora sconosciuti forse vivono ancora.
Il nome del villaggio che raggiunsi era Mabrhin e ci arrivai a passo spedito, in meno di due giri di clessidra, seguendo la strada della costa; meno di un centinaio di casupole, raggruppate attorno ad una piazzetta quadrangolare, su cui si affacciano una decina di edifici di pietra.
Forse saranno stati ben poca cosa, confrontati con gli edifici di Lanther e di altre importanti città, ma fonte di enorme soddisfazione per i proprietari di quelle solide dimore: la locanda, in particolare, presso cui ottenni lavoro dapprima come sguattera, successivamente come cameriera, era ben curata e piacevole nell’aspetto, oltre che calda e accogliente al suo interno.
Donon, il vecchio locandiere e capo del villaggio, mi prese subito in simpatia e mi offrì il lavoro che era stato fino a pochi mesi prima di sua figlia Lijhn, partita in compagnia di un gruppo di avventurieri venuti da lontano: egli non perdeva occasione di dolersi di quel fato, ma alla fine si vedeva l’orgoglio del padre per la figlia che aveva seguito la propria strada e che ora era in giro a scoprire il mondo, pur con tutti i pericoli che ne conseguivano.
Io avevo diritto a vitto, alloggio e una piccola paga che mi consentiva di fare qualche acquisto di tanto in tanto, sebbene serbassi la maggior parte delle monete d’argento per il viaggio che avrei sicuramente intrapreso verso Sud; con i primi risparmi, tuttavia, tornai da Banur e Siapha e li ripagai per l’ospitalità che mi avevano concesso: non volevano accettare, ma io insistetti e alla fine, grati, presero quelle poche monete che avevo portato loro.

Trascorsi a Mabrhin quasi un lustro della mia vita, imparando il dialetto dei nani e, in parte, persino quello gutturale dei minotauri, clienti abituali che si fermavano lungo la strada della costa del Dodantior.
In quel periodo ebbi modo di conoscere anche un mio simile, Helrel di Arielnor, mezzelfo che viveva in villaggio vicino al lago Bereyis nel Keldetuir centrale. Si fermò alla locanda per una decade, circa nove giorni in più di quanto aveva preventivato, poi dovette partire per affari da sbrigare a Lanther.
Dopo un mese, quando tornò dalla città, presi la decisione di lasciare Mabrhin e lo seguii: era bello, gentile e sagace; dopo l’iniziale resistenza, avevo deciso che mi sarei concessa a lui e che ci saremmo uniti in matrimonio sotto la benedizione di Clilor, di cui era un fedele adoratore; appresi lungo il viaggio che era un grande conoscitore delle foreste e lavorava come Ranger nel suo villaggio, e da lui imparai a muovermi silenziosamente senza essere scorta dagli animali, a costruire trappole, arrampicarmi sugli alberi e persino a usare arco e spada.
In quel nuovo ambiente i miei sensi si svilupparono in maniera sorprendente, o per meglio dire, si ridestarono dopo un lungo torpore, così presi a sentire, vedere e percepire meglio di quanto mi fosse mai capitato in passato.

Tutto sarebbe forse durato molto più a lungo, se non fosse stato per le continue sortite degli orchi dei Queqinavera verso le città e i villaggi della zona: centinaia di truppe di quella bellicosa razza iniziarono a defluire verso la valle di Dratas e alcune lambirono la foresta e il villaggio di Arielnor, così Helrel si sentì in dovere di proteggere e scacciare quelli che erano gli invasori delle terre da lui tutelate, benché le divinazioni non gli avessero né predetto questo, né imposto alcunché; lui  aveva deciso di unirsi alla Brigata della Speranza e questo lo faceva sentire ancor più saldo nelle sue intenzioni. Inoltre, quegli stessi orchi, non avevano affatto l’intento di attaccare un umile villaggio di poche decine di persone, senza alcuna ricchezza o valore, ma una volta ingaggiati, si buttarono sui pochi difensori con gli occhi iniettati di sangue e orribili urla di guerra: lo scontro non durò a lungo e si risolse in un massacro, poiché la Brigata era impegnata lontano a diverse leghe da lì. Il mio amato marito morì sotto i colpi dei più numerosi aggressori e fu solo grazie alla provvidenziale incursione della compagnia guidata da Hattiana Hope che i nemici furono messi in fuga. Io assistetti alla dipartita di Helrel, maledicendo la sua testardaggine, ma piangendone la sua scomparsa.

Half-Elf Portrait by kimsokol (fonte: DeviantArt) – E’ l’immagine che mi ha ispirato le fattezze di Nisuab Minphus


Quella stessa notte, disperata per la perdita, presi la decisione di partire e andare nel Glouhar, in cerca di quei pochi legami famigliari che erano rimasti nella mia vita, ma ci vollero tre giorni per i preparativi e quello fu anche il tempo per la cerimonia funebre di Helrel.
Mi avviai verso la costa con l’intenzione di deviare verso Sud una volta giunta in vista del mare: ero sicura che da sola probabilmente sarei riuscita a passare anche attraverso le montagne, ma non ero certa che sarebbe stata la scelta più saggia, quindi optai per la strada più lunga.
Raggiunsi Seqpuer, la capitale del Keldetuir, che avevo visto da lontano nel mio viaggio verso Arielnor: non ero mai stata in una grande città prima d’allora, ma nonostante i sensi mi avvertissero del pericolo ad ogni angolo, mi piacque e mi ci fermai per un po’… forse ben più del preventivato!
Spesi in poche decadi tutti i risparmi, compresi quei soldi che avevo avuto come eredità dal defunto marito. Non mi rimaneva altro da fare che ripartire e proseguire per il mio viaggio, così, quando stavo ancora rimuginando su cosa fare e le scelte da prendere in modo definitivo, mi capitò di vedere un ragazzino che sfilava con agilità un sacchetto di monete dalla cinta di un tronfio mercante. Lo segui in silenzio e raggiunsi quella che era una bettola nel quartiere dei moli sul fiume Kelis: lì stavo per affrontarlo, quando scoprii che il mandante era proprio il padre del ragazzo.
Saerek, dapprima riempì il figlio di insulti e botte, per il solo fatto di essersi fatto seguire senza accorgersene, poi rivolse l’attenzione a me. Mi diede cinque monete di rame per andare a comprarmi qualcosa da mangiare e passare la notte in qualche bettola, ma soprattutto per comprare il mio silenzio; poi mi ingiunse di ripresentarmi da lui il mattino seguente, prima che albeggiasse.
Io tornai con la pancia piena e tre monete ancora in tasca. Saerek sogghignò e mi disse: «Ben fatto, ragazza! Ben fatto».
Fu così che egli mi avviò alla proficua professione che tuttora esercito, spiegandomi passo per passo i trucchi del mestiere, le nozioni fondamentali e tutto quello che poteva servirmi per cavarmela nelle situazioni più disparate.
Ma poi anche Saerek mi abbandonò, quando si ritrovò a pendere da una forca per aver pestato i piedi a qualcuno più importante e più furbo di lui. Poco male: non aveva altro da insegnarmi, ormai. E in più aveva un modo di guardarmi che non mi è mai andato a genio. Credo che suo figlio, Saerekjus, lo raggiungerà presto, perché ha giurato vendetta sulla sua tomba, ma questo, ormai, non mi riguarda più e io ho piani ben più ambiziosi che far da balia ad un giovane umano sciocco e vendicativo.


La parte successiva della vita di Nisuab Minphus ve la lascio immaginare, o meglio, ve la potete immaginare leggendo alcune parti della Brigata della Speranza o il suo seguito (quando lo ultimerò e pubblicherò): penso che sia un buon esercizio sviluppare il passato dei personaggi per capire come sono arrivati a essere quello che sono, esercizio che può essere fatto anche con la vita della gente, in modo da avere un’idea di quanto il background influisca sulle scelte e sulla vita che poi si finisce per fare.

Ah, mi auguro che vi sia piaciuto e aspetto i vostri commenti e impressioni…

6 pensieri su “Nisuab Minphus, chi era costei? – parte 2

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