Le mie fonti d’ispirazione /4

Eccoci all’ultima parte di questo percorso dedicato agli elementi ispiranti: dal riscontro che ho avuto dagli articoli precedenti, credo di avervi offerto dei contenuti e degli spunti piacevoli, ma bando alle ciance e parliamo dell’ultimo degli argomenti, la musica, uno degli strumenti più potenti che ci permette di ricordare, di viaggiare, di volare… di sognare.
Sebbene musica e narrazione abbiano in comune dei testi (non sempre, ma spesso), il contributo a cui ho attinto è principalmente quello sonoro, con atmosfere, visioni (sì, quest’arte provoca anche visioni) e corde emozionali toccate in una miriade di maniere differenti.

Inizio col dire che a me la musica piace in generale, non ho particolari pregiudizi, ma, come credo facciano tutti, ascolto quella con cui sono più in sintonia in quel momento della giornata/settimana/periodo.
Nel corso degli anni ho sviluppato anch’io alcune predilezioni, in particolare per l’hard rock e il metal, ma mi piace anche la classica (alle medie ho suonato per qualche anno il clarinetto, anche se con limitate capacità tecniche e con una passione mai troppo focosa) e non nego di ascoltare volentieri anche il pop e la disco in certe occasioni.

No, non ci sto girando intorno, ma volevo prima spiegare i miei gusti e farvi inquadrare il mio approccio dalla giusta prospettiva prima di dirvi quali sono gli artisti che mi hanno dato maggior fonte di ispirazione per quel che riguarda il mio modo di scrivere.
Partiamo con i Nightwish, gruppo metal finlandese (e gli unici a cui sia andato a un concerto, nel lontano 25 aprile 2012 al Forum di Assago). Un’amica me li fece ascoltare molti anni prima: l’album, Wishmaster, era ispirato alla saga di Dragonlance di cui sono appassionato (e che ho già nominato qui) e questo ha creato un binomio ideale! Il soprano Tarja Turunen, la voce della band a quei tempi, inoltre, era per me una novità in un genere come il metal, e questo accostamento ha fatto breccia subito. Di seguito il “video” con una delle mie tracce preferite.

Il brano da cui prende il nome l’album

Sulla stessa linea, tratto nientepopodimeno che da un certo libro chiamato Il Silmarillion, parliamo dell’album dei Blind Guardian, noti anche come I Bardi, un gruppo power-epic metal tedesco, e del loro Nightfall in Middle-Earth: una trasposizione in musica di un libro che adoro e che non ha deluso le mie aspettative da un punto di vista sonoro ed emozionale.
Aggiungo alla carrellata metal anche i Within Temptation, olandesi, conosciuti un po’ più tardi: anche qui una voce femminile e un brano che ancora mi fa venire i brividi come Stand my ground.
Menzione speciale per i Dream Theater, progressive metal made in USA, che con l’album Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, ascoltato e “letto” (sì, con i testi delle canzoni davanti) è stato a dir poco scioccante nel modo in cui mi ha preso: strutturato in scene come se fosse uno spettacolo teatrale, è una vera e propria storia, di cui sotto vi riporto un brano completamente strumentale, Dance of Eternity, giusto per rendere l’idea di come la musica possa esprimere in modo pazzesco certe idee – al minuto 2 e 30 secondi circa, c’è uno stacchetto di charleston che nel discorso generale dell’album è una genialata – ma vi consiglio di ascoltare tutto l’album, fidatevi.

E’ stato amore al primo ascolto!

Cambiamo genere e passiamo alla classica: dire che le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi sono state illuminanti per farmi capire che quello che si vede è solo una porzione della realtà e che la musica riesce a rendere bene tanti aspetti che alla vista sfuggono è stata una lezione significativa.
Richard Wagner e la sua epicità mi hanno sempre fatto sognare (Ride of the Valkyries ne è un esempio – abbinato alle scene di Apocalypse Now è quanto di più appropriato si possa immaginare), ma anche Edvard Grieg con In the Hall of the Mountain King non è da meno, facendomi immaginare fervidamente quello che J.R.R. Tolkien aveva descritto nelle sue pagine.
Parlando di epicità, anche il Nabucco di Giusppe Verdi (per non saper né leggere, né scrivere, ecco un Va’ Pensiero) ne trasmette un sacco, ma una di quelle che mi fa sempre accapponare la pelle, soprattutto nella versione col coro (che ha una potenza straordinaria) è la sinfonia n°9 di Ludwig van Beethoven, conosciuta anche come Inno alla Gioia (nonché inno dell’Europa).
Menzione speciale per Pëtr Il’ič Čajkovskij (più noto come Tchaikovsky) dal cui balletto Lo Schiaccianoci sono state prese le musiche alcune parti del film Fantasia della Disney, ma di cui adoro l’Overture 1812 (con tanto di cannoni!).

Potrei continuare citando Franco Battiato, di cui fin da piccolo ascoltavo alcuni vinili e cassette, perché in un certo modo la sua poetica mi ha ispirato – forse più della musica, anche se insieme sono un’accoppiata vincente – ma volevo invece farvi conoscere un’artista che ho scoperto da poco e si chiama Lindsey Stirling di cui vi propongo una performance “piratesca” (che come sapete mi piace assai e nel secondo libro sarà un tema che emergerà a più riprese…) col suo Master of Tides. Ce ne sarebbero altre da citare (ha fatto brani ispirati a Skyrim e Dragon Age), ma vi lascio esplorare come meglio credete, restando a disposizione nei commenti per ulteriori approfondimenti.

Quello che vorrei trasmettere con questo pezzo è che la musica, bella o brutta che uno la possa trovare, ha una forza tale che riesce a far emergere emozioni che altri tipi d’arte non riescono a fare (parlo per me), perciò spesso la ascolto, ma MAI quando sto scrivendo (e nemmeno leggendo, in realtà): mi distrae e non mi consente di stare concentrato e il mio pensiero fugge via inseguendo le note, senza curarsi di quello che dovrei fare. A volte uno stacco va bene e ritorna utile, ma farlo in continuazione significherebbe lavorare a singhiozzo e con cali di concentrazione.
In fin dei conti, la musica è croce e delizia della mia ispirazione, ma prendendola nelle giuste dosi, la ritengo uno degli strumenti più potenti.

52 pensieri su “Le mie fonti d’ispirazione /4

  1. Meraviglioso articolo!!! Mi sono rivista molto nelle tue bellissime parole,non riesco a dipingere senza musica,avvolte è la mia fonte d’ispirazione principale,proprio ieri ho basato il mio dipinto e la poesia dedicata ad esso su una canzone che mi ha colpita molto! 😊

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    1. No, non è stato l’unico concerto in assoluto: solo l’unico concerto metal… 🙂
      Però in generale non sono un amante dei megaeventi e preferisco i live nei locali.
      E Nina Zilli la conosco molto vagamente, ma approfondirò: grazie della dritta. 😉

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      1. oh, non sono un’abile crittografa, il senso di importanza conferito dalle maiuscole è stato sufficiente a mostrarmi il lato positivo dell’attribuzione (talvolta son frugale e mi accontento di poco :-D)

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  2. Concordo pienamente sulla potenza della musica, l’inno alla gioia…. cosa mi hai smosso nella memoria? Che meteora( per così dire) or su quanti anni son passati…. lui l’uomo della matematica, che me l’ha fatta adorare, era anche un cantante lirico, e lo è ancora, intrigava con quello di musica e ci fecero organizzare un coro, co l’inno alla gioia, da lì non l’ho più ascoltato, non so perché! Ma loro, i miei prof si divertivano alla faccia! E anche noi 😊

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  3. Ciao, sono qui.
    Sono due le cose che posso dire a proposito di questo articolo – della musica che per brevità chiameremo non-classica non posso parlare in quanto non la conosco.
    All’inizio accenni a fenomeni sinestetici (viaggi, voli, sogni, visioni…) prodotti dall’ascolto della musica: queste sono ovviamente sovrastrutture. Sono reazioni spontanee, credo che nessuno ne sia immune, e va bene. A me però interessano relativamente poco, nel senso che quando voglio farmi un’idea di un brano ne considero soltanto la natura prettamente musicale: anche quando mi limito a un ascolto superficiale, diciamo così, cerco comunque di afferrare il senso di un brano, di seguirne la logica, di individuarne gli elementi fondanti, un po’ come se fosse un discorso fatto di periodi, frasi, incisi, ciascuno con un suo significato proprio nell’ambito del significato complessivo. Per me, in altre parole, l’ascolto è un’attività, non una cosa che mi fa subire la musica passivamente. Poi, è chiaro, da musiche particolarmente coinvolgenti posso anche farmi prendere e commuovermi o esaltarmi in modo assoluto, ma intanto il cervello segue sempre il filo logico, altrimenti non funziona.

    Da quanto sopra potrai facilmente evincere che anche per me ascoltare musica mentre sono impegnato a fare altro è pressoché impossibile: ci riesco solo se la musica non ha… niente da dirmi, come succede abitualmente con rock/pop/eccetera, ma anche con quella parte della musica classica che Alberto Basso usava definire “di consumo”, tipo i numerosi divertimenti cassazioni serenate e così via che Mozart (il primo musicista della storia che abbia scelto di fare il compositore free lance) scrisse al fine precipuo di guadagnarci quel tanto che gli serviva per sbarcare il lunario.

    Di Čajkovskij parlerò diffusamente nel mio blog a maggio, in occasione del 180° della nascita: cifra tonda, qualche parola più del solito la si può spendere 😉

    Buona serata.

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    1. Che dire? Gran bella disquisizione e ricca di spunti: sapevo già che chi è “allenato” può leggere meglio la musica, ma a volte, così come capita con le parole di un libro, è anche bello lasciarsi trasportare. Beh, io col libro riesco un po’ meno, perché forse mi soffermo su cose che ad altri non importano/lasciano correre… e penso che talvolta sia una condanna.

      Comunque, se può risultare funzionale, anche a me Mozart, ha sempre dato l’idea di artificiosità tecnica portata agli estremi. Poi è chiaro che i risultati sono ben più che apprezzabili!

      Grazie Claudio per il tuo contributo 🙂

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      1. “Artificiosità tecnica portata agli estremi”, se il senso della locuzione è positivo, si adatta piuttosto a Bach, alle sue opere speculative come L’arte della fuga. Tempo fa ho messo insieme alcuni videoclip trovati su YouTube nei quali si tenta, con animazioni e altri effetti visivi applicati alle partiture, di far intravedere la complessità della forma mentis bachiana:
        https://clamarcap.com/2015/05/25/verschiedene-canones/

        Mozart, per la verità, artificioso (qualunque significato tu voglia dare al termine) non lo è mai, nemmeno quando compone con la mano sinistra piccole bagatelle per ricchi annoiati disposti a pagargliele bene. Ma la complessità di partiture come quelle delle ultime due sinfonie e del Don Giovanni non è artificio, è arte nel senso più alto della parola.

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      2. Artificiosità forse era un termine non corretto: forse era meglio definirlo pindaricità, dall’altezza del livello tecnico e artistico raggiunto. A volte, per i profani, può apparire sfoggio di vanità, un po’ come, se mi passi il paragone, quando un calciatore crossa di rabona quando gli basterebbe fare un tiro tradizionale: lo fa per gli applausi dei suoi… e gli insulti degli avversari, che si sentono derisi. 😛

        Di Bach (carine le animazioni per rendere la sua complessità!) conosco davvero poco, quindi non voglio dire castronerie.

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      3. Il termine artificio ha anche valenza positiva, ma non tutti lo riconoscono. Molti anni fa, per dare una mano a un mio ex compagno di studi, insegnante di conservatorio che voleva incrementare la propria graduatoria, lo aiutai a redigere un piccolo trattato di armonia e forma musicale. Relativamente alle forme contrappuntistiche usai più volte la parola artificio per indicare i… trucchi del mestiere, e in effetti alcuni colleghi del mio amico criticarono poi la scelta.
        Comunque sia, la composizione è (anche) virtuosismo, come ho scritto nel pezzo sul Boléro: chi sa fare l’equivalente musicale della rabona è giusto che la faccia, non è per deridere o umiliare qualcuno, è per dare spettacolo a chi lo sa apprezzare.

        Bach è il culmine della storia della musica occidentale. Nessun altro come lui. Poi può anche non piacere, o piacere meno di altri, ma finché non lo conoscerai a fondo ti mancherà sempre il pezzo centrale del puzzle ☺

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      4. Be’, se visiti la mia homepage e dài un’occhiata al cloud dei “Soggetti” nella colonna destra (o in fondo alla pagina se usi uno smartphone), noterai che il nome di Bach è uno dei più… grandi, e questo significa che compare molto frequentemente nei miei articoli 🙂

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      5. Sì, ma di antologie più o meno complete ne puoi trovare quante ne vuoi nel web. Di regola nel blog non mi occupo di cose troppo “scontate”, troppo viste e troppo ascoltate; non uso dare spiegazioni che si possono trovare in rete, quando mi dilungo è sempre per esprimere alcune delle mie opinioni, oppure per dare informazioni che in Internet si rintracciano con difficoltà o che non si trovano affatto.
        Poi mi piace condividere certe mie… ossessioni (per esempio la passione viscerale che provo per Greensleeves, cui credo di aver dedicato una ventina di articoli o poco meno) e alcuni dei miei percorsi di ricerca, per esempio Shakespeare e la musica (me ne sono occupato soprattutto quattro anni fa, in occasione del 400enario) o i casi curiosi delle “melodie itineranti” – così ho battezzato quelle melodie che ricorrono più volte nella storia, viaggiando nel tempo e nello spazio.

        Queste sono le cose che mi interessano davvero. Di Bach si sono già occupati tanti, e tutti assai più bravi di me 🙂

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