Una nuova lingua

Durante la stesura del romanzo La Brigata della Speranza, mi ero posto un obiettivo a dir poco ambizioso: costruire a tavolino una nuova lingua da far usare ai personaggi in alcune occasioni, specialmente quando si rendeva necessaria la magia, che nel mondo di Sphaera è legata alle parole e ai suoni per essere attivata e plasmata.
Col procedere del lavoro ho preso consapevolezza che portare a termine quell’intento, che peraltro avrebbe avuto fin troppi limiti, era fuori dalla mia portata, ma è rimasta la volontà di continuare almeno un approccio a questo aspetto così importante, come lo è una lingua autoctona, che lascia degli strascichi in molti aspetti della cultura e della quotidianità, perciò mi ci sono applicato e ho cercato di bypassare gli aspetti più ostici e tecnici (grammatica, tempi dei verbi, eventuali declinazioni, etc…), concentrarmi sui fondamenti di questa nuova lingua: le parole.

Inizio col dire che questo aspetto della cultura di Sphaera è in parte trattato nella sezione Le lingue di Sphaera, però si tratta di una visione molto interna della questione, legata più agli aspetti informativi e che è molto marginalmente correlato a quello che vorrei spiegare in questo articolo, che riguarda invece il processo che mi ha portato a dare un peso così importante a questo elemento per migliorare il legame tra il mondo che andavo a descrivere e i suoni della parole che lo rappresentavamo.

Il mio approccio è stato ovviamente amatoriale, poiché non ho alle spalle alcun tipo di studio su un argomento così complesso, ma sarebbe comunque stato difficile trovare libri che parlano della lingua di Sphaera a cui poter attingere (ma va?), perciò se in un primo momento, soprattutto per descrivere i ruoli della chiesa di Ouroboros (una delle prime fasi dell’archiettura del mondo) mi sono affidato al(le poche reminiscenze di) latino, supportato dal buon vecchio Castiglioni-Mariotti (per gli amici IL) e da google translator (per avere qualche conferma o suggerimento rapido), poi, però, ho iniziato distanziarmi da quell’idioma e a buttarmi sulle lingue più disparate (dal gaelico all’albanese, dal rumeno al norvegese e tante altre) per fondere suoni e parole in qualcosa di mio, di unico.
Man mano che mi venivano in mente le parole più importanti, quelle che sarebbero ricomparse in molti riferimenti (la toponomastica, per dirne una), ideavo una parola, un riferimento, una particella (prefissi o suffissi) o componevo parole che acquisissero un senso una volta accostate e associate.
Diesef (il “Sole” nel mondo di Sphaera), significa letteralmente luce del giorno, dove dies, derivato pari pari dal latino, è diventato luce, anziché giorno (suo significato originario), mentre ef è proprio il giorno, il dì; infatti i giorni della decade sono Ranef, Baqef, Trewnef, etc… dove Ran, Baq, Trewn significano rispettivamente uno, due, e tre e quindi il risultato è primo giorno (sottinteso della decade – probabilmente un troncamento dovuta all’utilizzo della lingua), secondo giorno, terzo giorno, etc…
Stiamo parlando della lingua comune, che, come detto nella pagina delle lingue di Sphaera, è quello universalmente conosciuto e che ha i connotati di semplicità e facilità d’utilizzo.
Ran (fratello di Siina) è un nome molto diffuso su Sphaera e significa anche Primo (una volta, anche in Italia, non era strano chiamare i figli Primo, Secondo, etc…), ma anche la parola jus, che significa figlio, è entrata a tutti gli effetti in certi nomi e Pernjus (padre di Siina) significa letteralmente figlio di Pern: questa scelta è ispirata dai cognomi anglosassoni e scandinavi che finiscono in son o sonn e che in origine (sempre che non abbia informazioni errate) volevano proprio dire “figlio di” e in quel caso ne rappresentavano la casata.
Queq, che significa monte lo ritroviamo nei nomi Queqittigas, Queqinavera e qui, per esteso, assumono l’accezione di catena montuosa; tuir, che ritroviamo in molti nomi di centri abitati, significa per l’appunto città e Kelistuir, una delle città che incontriamo nel viaggio di Siina, è appunto la città sul Kelis, il grande fiume che attraversa il Keldetuir, la confederazione delle cento (kelde) città.

Per necessità e praticità, mi sono anche creato un vocabolario (ancora piuttosto scarno, ma in evoluzione continua) della lingua comune, così che, in caso di bisogno, riesca a repererire le parole giuste senza dover ricorrere a estenuanti ricerche nel testo dei libri ogni volta.

Caratteri della lingua Aulica e Chryptos: quelli col punto sono le vocali, non presenti nel secondo dei due

Le lingua aulica e chryptos, nomi di cui è facile capire la derivazione, le ho usate per scrivere le formule di incantesimi e preghiere e che si trovano proprio in lingua aulica nel libro (ho evitato stratagemmi grafici o altro per lasciare al testo un’aura di imperscrutabilità, propria della magia): si tratta di versioni più articolate della lingua comune (e aulica rispettivamente) e quindi il passaggio che ho fatto, essendo partito dal comune, è stato l’esatto contrario di quel che è avvenuto nei processi storici dell’ambientazione, che ha portato a un semplificazione di parole complesse, mentre io ho lavorato per complessificare, a livello di suoni e caratteri, le parole più semplici che avevo a disposizione in lingua comune.
Non penso che sia necessario dirvi che il vocabolario della lingua comune è molto più ricco di quello in lingua aulica, che a sua volta è ben più ricco di quello chryptos (che al momento contiene pochissime parole).
Riguardo a quest’ultimo linguaggio, mi sono ispirato all’antico ebraico in cui non c’erano le vocali nella lingua scritta, così che fosse necessaria un’interpretazione, un’esegesi per poter usare quella lingua: il chryptos, infatti, è la lingua destinata agli incantesimi e pregheire dagli effetti più grandi in assoluto e quindi solo un enorme sforzo di studio e preparazione consente che venga utilizzato.

Spero che siate riusciti a comprendere il lavoro che ho fatto per giungere a quelle parole e suoni che, a prima vista, possono sembrare strani e impossibili da pronunciare (a volte ho esagerato, lo ammetto), però non ho voluto lasciare al caso un aspetto così caratterizzate, che poteva dare un’impronta profonda e duratura al mondo che stavo plasmando.

46 pensieri su “Una nuova lingua

  1. Ciao Ale! 🙋‍♀️ mi ha affascinata il tuo studio sulla nuova lingua per il mondo di Sphaera,è davvero meraviglioso,un’iniziativa favolosa,complimenti!!! 😍 Le lingue mi hanno da sempre affascinata,reali,antiche,fantasy,mi hai ricordato dei manoscritti misteriosi la cui lingua è sconosciuta che forse possono aiutarti a trarre ispirazione, sono il manoscritto Voynich e il codex seraphinianus,adoro le lingue misteriose!

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    1. A un certo punto della stesura avevo persino pensato di fare tutti i dialoghi in lingua, con traduzione in calce, ma credo sarebbe stato inverosimile una lettura così, perciò mi sono limitato alle formule (incantesimi e preghiere), giusto per mantenere l’aura di mistero del testo. 🙂

      Ho fatto solo un passetto e ho cercato di dare significato alle parole “strane”, mentre per i codici da te citati tutto questo non avviene, il che li rende oggetto di studio, mentre per i miei non sarà necessario! 😀

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      1. Mi sono ricordata ora che nel videogioco final fantasy 10 c’è una lingua inventata parlata dal popolo albhed e man mano che si prosegue nella storia sono presenti anche i dizionari per decifrarla 😆

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    1. Sì, la parte del progetto è fondamentale: se non si ha idea di dove andare a parare, il lavoro di revisione rischia di diventare immane e disarticolato, producendo solo un ammasso di parole, anziché un libro.
      Però bisogna sempre scendere a compromessi, perché se si vuol sapere tutto, questo può portare a non arrivare mai a scrivere niente… 😛

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      1. Sì, certo. Quello è fondamentale. A volte non è nemmeno necessario conoscere di preciso il finale, ma solo la direzione da prendere.

        Il problema è quando, nel corso della storia, i personaggi si intromettono e ti fanno scrivere cose che non avevi pensato… 😛

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  2. Questo è davvero interessante. Mi piacciono molto le lettere e, da appassionata linguista, devo dire che hai fatto davvero un buon lavoro per un amatoriale. Anche io, per un mio vecchio romanzo fantasy, avevo pensato di inserire una lingua ed è davvero dura. Mi piace nella tua, soprattutto, come hai creato le varie parole composte rendendole davvero coerenti. TI faccio davvero i miei più sinceri complimenti 🙂

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    1. Parole che dette da chi ne sa decisamente più del sottoscritto valgono almeno due volte tanto: grazie!
      Dovrei studiare di più l’argomento, lo so, ma per il momento mi accontento di tirare fuori qualche parola nuova.
      Forse non l’ho detto, o non l’ho spiegato a dovere, ma nella scelta delle parole (e della grammatica – anche se non viene usata) della lingua comune il discrimine più importante è stata la semplicità… E credo di aver fatto la cosa giusta. Dico bene?

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      1. sì, l’obiettivo di una lingua, prima di tutto, è quello di essere semplice per poter essere utilizzata. A tal proposito, se ti interessa, ti consiglio ti dare un’occhiata a qualche materiale sulla linguistica generale (ne trovi anche su Google) tra cui anche “I suoni del linguaggio” scritto da Marina Nespor e Laura Bafile (la mia professoressa di linguistica generale all’università”. Potrai trovare fondamenti, tecniche e quant’altro per farti un’idea su questo folle mondo. Chissà che non ti innamori pure tu delle lingue agglutinate 😀

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      2. Tu mi vuoi tanto male, vero?
        Lo sai che dandomi questi tipi di input, io, prima o poi, ci finirò dentro fino al collo e a te fischieranno le orecchie per gli impropreri che verranno elevati al tuo indirizzo! 😛

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      3. Hahaha lo so, sono folle! La linguistica però è un mondo che mi affascina e piú riesco a portare persone nel lato oscuro più sono contenta 🤣 scherzi a parte, sicuramente se ti interessa è molto meno stressante leggere questi manuali se non hai esami da dare. Però va benissimo anche come stai procedendo, alla fine deve servire a te e, soprattutto, essere funzionale alla narrazione 😊

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      4. Eh, lo so, è sempre così: se c’è qualcosa che ci appassione cerchiamo sempre di fare proseliti!
        Comunque grazie per la dritta: non escludo, un giorno di mettermi a studiare più seriamente l’argomento, ma per ora quel che ho è una base sufficiente per continuare il percorso che sto facendo.
        Anche perché se davvero padroneggiassi davvero questa nuova lingua, rischierei di farmi prendere la mano e scrivere tutti i dialoghi con l’idioma inventato, il che renderebbe i libri illeggibili! 😀

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  3. Complimenti per il lavoro. Deve essere stata una bella fatica lo sviluppo di una lingua, ma ciò è un segno importante perchè nasconde la cura dei particolari dietro il libro. E di solito sono questi a fare la differenza tra i libri da scartare e qeulli da leggere

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    1. In realtà, al momento della prima stesura, non pensavo (ancora) alla pubblicazione, però quando sono arrivato al termine, ho riguardato anche questo aspetto e ho cercato di armonizzarlo il più possibile.

      Grazie per la visita e per i graditissimi complimenti! 🙂

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