Una storia dei giorni nostri

« Zitta! », gridò. E le mollò una sberla. « Devi stare zitta, hai capito? Zitta! »
Gli occhi le si riempirono di lacrime, ma lei le ricacciò indietro. Lo guardò fisso, questa volta senza aprire bocca.
« Ne vuoi un altro? »
Si arrischiò a rispondere: « No. »
« Allora non azzardarti mai più a dirmi che cosa devo o non devo fare. »
« Non capisci. Ho paura che ti prendano. »
Lui rise sguaiatamente. « Non mi prenderanno mai. »
Viveva di espedienti, soprattutto scippi e piccoli furti. Una volta l’avevano arrestato, ma era passato tanto tempo e lui s’era fatto furbo. Aveva imparato a non agire mai d’impulso, a studiare le situazioni, a mettersi in movimento solo quando l’istinto gli diceva che i rischi erano davvero pochi.
« Ho paura per te, che ci posso fare? », disse lei, parlando a voce bassa. « E un po’ anche per me: se ti dovessero prendere, io che farei? Non saprei come cavarmela, a chi rivolgermi, dove andare. »
Lui sogghignò. « Non mi prenderanno, ti dico. Ma ti prometto che, se dovessi tornare in galera, sarai libera di andartene e di trovarti un altro scemo da riempire di corna, come tuo solito. Non verrò a cercarti, ti dò la mia parola. Tu, però, vedi di sparire, perché di te non vorrò sapere più nulla: se dovessi andare in prigione, ne uscirei talmente furioso che tu ne faresti le spese. Tutte le botte che ti ho dato finora ti sembrerebbero carezze, al confronto. Chiaro? »
Lei non riuscì più a trattenere il pianto, così si beccò un altro ceffone.
« Non sai quanto mi irriti quando ti metti a frignare », grugnì lui.
Lei corse in bagno.
Lui guardò l’orologio: era arrivato il momento di prepararsi. Si tolse le brache del pigiama, quindi indossò una camicia azzurrina sbiadita, un paio di pantaloni grigi, scarpe vecchie ma robuste. Controllò di non avere su di sé alcun segno che potesse agevolare la sua identificazione, poi per ultimi infilò la mascherina e i guanti di prammatica.
Uscì dall’appartamento. Stava per chiudere la porta quando lei corse fuori dal bagno. « Aspetta… », disse, sempre a bassa voce. Lo raggiunse, lo abbracciò, gli mise le mani dietro la nuca, attirando a sé il suo viso, e cominciò a baciargli le labbra coperte dalla mascherina.
“ Ma che fa, ’sta scema? ” pensò lui, sorpreso, cercando a tutta prima di divincolarsi. Ma lei gli si era appiccicata addosso e continuava a baciarlo attraverso la mascherina, con foga inattesa, tanto che lui per un po’ la lasciò fare. Dopo qualche istante, però, l’afferrò per i polsi e si sciolse dall’abbraccio.
« Sei proprio scema », disse andandosene senza voltarsi.

Camminò veloce nell’aria fresca del mattino, tenendo lo sguardo fisso un passo davanti a sé, sperando che nessuno badasse a lui: non farsi notare era fondamentale.
In una via laterale, passando accanto a un giardino privato costeggiato da un basso muretto e da una cancellata, fece un rapido controllo. Qualche giorno prima si era fermato in quel punto per allacciarsi una scarpa e aveva così casualmente scoperto che un certo mattone del muretto si poteva sollevare facilmente, mettendo in luce un piccolo vano: ottimo per nascondervi momentaneamente la refurtiva, se necessario. Poteva capitare, per esempio, che lo inseguissero da vicino: quando c’è il rischio di essere presi, l’unica cosa furba da fare è liberarsi del bottino. Alzò e rimise subito a posto il mattone, poi soddisfatto riprese a camminare.
Svoltò nella successiva via traversa, poi in un’altra ancora, e infine giunse in un piazzale alberato. Alla sua destra c’era un edificio grigio, una fabbrica che dava lavoro a un centinaio di persone, il cui ingresso si trovava un po’ più avanti Di lì a poco sarebbe iniziato il turno del mattino, il piazzale si sarebbe riempito di operai vestiti all’incirca come lui, e lui avrebbe avuto modo, mescolandosi a loro, di cercare una preda.
Passando da quelle parti il giorno prima, aveva notato che a quell’ora, oltre agli operai, nel piazzale transitavano anche molte persone – donne, pensionati, qualche ragazzino – che, provviste di sacchi e sacchetti e grosse sporte per la spesa, si recavano al mercato rionale sito a circa trecento metri di distanza, uno dei pochi mercati della città che avevano avuto il permesso di rimettersi in funzione durante la cosiddetta fase 2. Passando in mezzo a quella gente contava di riuscire a infilare le mani in qualche borsa e cavarne un bel portafogli gonfio di banconote.
Era di statura media e corporatura media: indossando abiti anonimi, il volto quasi interamente nascosto dalla mascherina, non l’avrebbe riconosciuto nemmeno sua madre.
E poi era un buon corridore, ben allenato: difficile stargli dietro.
Confortato da questi pensieri, sicuro di sé, rallegrandosi e complimentandosi con sé stesso per la propria astuzia, si appoggiò a un albero, il più lontano dall’ingresso della fabbrica, in attesa che giungesse il momento di entrare in azione.

Pochi minuti più tardi, come previsto, nel piazzale cominciarono ad arrivare i primi operai. Camminavano lentamente, osservando la distanza interpersonale prevista dalla legge. Questo non era un problema per lui, anzi: fatto il colpo, allontanandosi di corsa non avrebbe dovuto temere di finire addosso a una impenetrabile muraglia umana.
Dopo qualche istante iniziò a muoversi anche lui, senza fretta, tagliando obliquamente il flusso degli operai. Fatti pochi passi si avvide con una certa perplessità che di persone dirette al mercato non si vedeva l’ombra.
Perché era furbo, sì, su questo non v’è dubbio, ma non altrettanto intelligente. Aveva trascurato di informarsi circa i turni di attività dei mercati: la giunta comunale aveva infatti disposto che fossero operativi a giorni alterni per evitare che la clientela affluisse soltanto in quelli più grandi, a scapito degli altri.
Era ormai giunto a meno di trenta metri dall’ingresso della fabbrica. Si voltò di colpo con l’intenzione di allontanarsi. E fu così che la vide, proprio davanti a sé, a meno di due metri e in avvicinamento: una lunga, sottile, luccicante catenina d’oro spiccava intorno al collo di una donna che si stava dirigendo verso la fabbrica. Non ci pensò un istante: allungò un braccio, afferrò la collana e la strappò via, poi si mise immediatamente a correre, inseguito dagli strilli della derubata.
Mentre imboccava la via laterale da cui era arrivato udì dietro di sé altre grida – una voce maschile e minacciosa, questa volta – perciò affrettò ulteriormente la corsa. Le vie traverse erano deserte, e in quel silenzio quasi innaturale poté avvertire alle sue spalle uno scalpiccìo ostinato: qualcuno lo inseguiva e lui non riusciva a distanziarlo. Svoltò nella via del giardino privato e con movimento rapidissimo si liberò della refurtiva nel modo che aveva previsto, poi si mise a camminare tranquillamente. Pochi istanti dopo il suo inseguitore lo afferrò per le spalle e lo costrinse a girarsi: era un vigile urbano che, quasi privo di fiato per la corsa, riuscì tuttavia a ruggirgli contro, attraverso la mascherina:
« Vieni con me, tu! »
« Ma io non ho fatto niente! », protestò. « Che cosa vuole da me? E della distanza interpersonale che fa, se ne frega? »
« Taci e cammina. »
Lo afferrò per un polso e gli torse il braccio dietro la schiena. Obbligandolo a camminare al suo fianco, lo ricondusse sulla scena del crimine.
“ Calmo, devi restare calmo ”, pensò. “ Ti sei liberato della collanina: se anche sospettassero di te, nulla può dimostrare che lo scippatore sei tu. Ti lasceranno andare e dovranno anche farti tante scuse. ”
Arrivarono nel piazzale, dove altri vigili avevano interrotto l’afflusso degli operai in fabbrica, garantendo a quelli rimasti fuori che non sarebbero stati costretti a recuperare il tempo perso. Organizzarono un confronto all’americana, chiedendo a quattro-cinque uomini di disporsi in riga, di fronte, poi lo spinsero in mezzo a loro – sempre rispettando le norme sulle distanze interpersonali.
« Fate venire la vittima », disse qualcuno.
“ Adesso ridiamo ”, sogghignò lui dietro la mascherina.
Passarono pochi secondi prima che la donna arrivasse.
« Signora », disse il vigile che l’aveva fermato, « le è possibile riconoscere il ladro? »
« È facile », disse lei alzando il braccio destro – e lui si sentì morire quando vide che lo puntava nella sua direzione. « È quello con la mascherina sporca di rossetto. »

Claudio Capriolo

110 pensieri su “Una storia dei giorni nostri

      1. Nella distinzione tra significante e significato giace la dualità della creazione.

        Chi è artista nella lettura dei simboli attraverso cui il mondo si manifesta può, nel minimo, scoprire il massimo.
        Qui si trova tutto il fraintendimento del linguaggio perché si tende a dire che esiste un rapporto di convenzione arbitraria tra significante e significato previamente stabilito.

        Ciò è vero ma solo per il linguaggio moderno che si è via via sempre più discostato dal logos.
        Più andiamobindirtro nello studio degli ID-IOMI più troveremo connessioni con le ID-EE.

        Guarda un origami. Cosi parla il linguaggio sacro.

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      2. Ciao Nina!

        Ciao, io sono AG, e anche oggi ci sono cascato e ne ho scritto un altro. Non so più come uscire da questo tunnel ben arredato. E poi, giusto per raccontarvi un po’, il vicinato non è poi così male, ci sono quelli che ascoltono, quelli leggono, quelli che scrivon poesie e quelli che dipingono o disegnano. C’è anche una che ci sa fare con musica e parole ed è una tipa tosta, ma ha anche una capa tosta e non vuole raccontare, ma solo saggiare la propria e altrui saggezza. [continua per altri 27 minuti ininterrotti, prima di accorgersi che tutti gli altri si sono appisolati]

        😜

        "Mi piace"

  1. Bellissimo. Alle volte non si ha il coraggio di agire direttamente, ma un modo per chiedere un aiuto c’è sempre. Bisogna solo volerlo . Posso rubare il testo per condividerlo sui social ? Ovviamente citandoti

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    1. Allora, ti chiedo di aspettare per due motivi: uno, perché l’autore/autrice si palesi e riveli chi è (non sono io), due, perché magari lo pubblicherà proprio sul suo blog e quindi sarebbe giusto condividerlo da là.
      Se poi gli/le sta bene farlo condividere da qui, nessun problema 🙂

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      1. Sì: i nomi erano 4:
        Tu, endorsum (ma solo per questioni stilistice – dubitavo di questo suo vezzo), Deboroh (non ha commentato o fatto messo “mi piace”) e uno dei due di duecentoquarantuno… ma quella era la cosa più improbabile.
        Diciamo che hai lasciato tante briciole, tra qui e le mail, ma hai depistato bene! 🙂

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      2. Sono lusingatissimo di essere stato accostato a endorsum 🙂
        (Davvero lei e io siamo gli unici a scrivere cose come “di prammatica”?)
        Vero, senza critiche non si cresce. Oltretutto ho scritto il raccontino relativamente in fretta, rileggendolo pubblicato qui ho notato tre-quattro cose che riscriverei diversamente – ma può andare anche così: l’ho definito “istant tale” mica per caso 🙂
        Un particolare buffo (credo): durante l’ultima rilettura avevo sostituito una mezza dozzina di punto e virgola con punto fermo: mi avrebbero reso ancora più riconoscibile, a usarli siamo rimasti due o tre in tutta l’Italia 😀

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  2. ehhhhh io sono riuscito a sgattaiolare e a non partecipare al confronto all’americana (avevo casulamente incontrato un drappello di followers e – naturalmente – mi avevano abbondantemente macchiato la mascherina di rossetto e non mi sentivo presentabile) per sommo della sfiga tra i vari abbracci m’era rimasta impigliata fra le dita (come molto spesso accade) una collanina d’oro di cui non ero riuscito a disfarmi ….. ho proprio rischiato di brutto!!! 😬😬😬😬 ……. però, però ….. nell’economia generale del racconto risulterebbe che gli schiaffoni del bruto erano meritati 😱😱😱😱😱😱😱😱 racconto molto carino, comunque: bravo bravo!!! 🍾🥂🥇🥇🥇

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  3. Complimentissimi anche all’autore anonimo anche se non lo è più, geniale il finale ….quando ti aspetti il riconoscimento del ladro ecco l’inconfutabile prova …. davvero astuto per lo scrittore e un po’ meno per il ladro (!) … complimenti ancora !

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