Rapsodia dei sensi nell’ora blu

Mi lascio andare sulla sedia e stendo le gambe: libero un sospiro intrappolato nei polmoni e questo va a mescolarsi all’aria immota della città, con i suoi sentori aspri e irritanti da far prudere il naso.
Lo sguardo si eclissa dietro palpebre abbassate, per gustare il momento di puro relax dopo una giornata di fretta e corse senza senso, con le mani che non controllano dita intente a suonare note nascoste nei braccioli di fibra intrecciata.
L’incanto si compie e la musica si diffonde in un crescendo dalle casse appese ai lampioni e accompagna i miei pensieri tra suoni di ottoni e un clarinetto insolente che vuol fare la primadonna.

Riapro gli occhi e il traffico scorre davanti a pupille che si dilatano: un’onda impetuosa che oscilla dalla spuma candida dei taxi al monotono grigio delle auto, mischiando i ruggiti delle macchine al ronzio degli scooter, che s’accresce al verde del semaforo.
Il cameriere mi porta il martini e sbircio la luce cangiante attraverso il liquido nel bicchiere: il sole s’è nascosto oltre l’orizzonte e io son qui, seduto, con l’aperitivo tra le mani a godermi il tramonto che si trasforma in crepuscolo e si incammina verso la notte e il suo buio puntellato di stelle.
Sorseggio il dolciastro drink lasciando che mi irrighi labbra arse di parole, in un tiepido e sensuale bacio fatto di amorevole cura per una gola avida di quel nettare da tutta la giornata.
Gioco con l’oliva che è restia a farsi mordere, ma alla fine si arrende e si fa coccolare dalla lingua e dal palato, prima di finire infranta e proseguire il suo corso, sparendo nelle viscere.

La gente par destarsi d’improvviso e frotte di persone si muovono, api ronzanti al suono dei clacson che scandiscono il tempo dei passi e una grancassa che batte in sottofondo tra il brusio crescente.
Le voci squillanti riempiono l’aria tutt’intorno con le loro parole vane a rincorrersi da un tavolino all’altro, ottoni prepotenti che sovrastano i saggi accordi di pianoforte che tenta di dar ordine in quella battaglia sonora che ha invaso la zona del plateatico e che mi ha rimescolato i pensieri in un susseguirsi di parole, note e ritmi metallici di un tram che scorrazza sui binari qui davanti.
Gli aromi delle bevande si scalzano l’un con l’altro e la menta piazza qualche acuto tra un tannino e un pungente agrume di terre assolate.
La vespertina Venere brilla negli ultimi sprazzi d’arancione e fa a gara con le lucciole a led che lasciano interminabili scie di strade percorse dalle auto ritardatarie.

Il bicchiere è vuoto e sfioro il bordo spesso con l’indice, producendo un lieve vibrato che si perde nelle voci che ora paiono essersi modulate a timbri più morbidi e gentili, ma che ogni tanto sfuggono al controllo degli orchestrali per ingaggiar baruffe di toni e semitoni, accordi talvolta discordanti tra silenzi e lievi fruscii di gonne carezzate dall’aria pungente della sera.

Un altro drink: mi perdo nell’amarognolo del gin che risveglia la malinconia per il giorno morente e la luna crescente che irradia dalla sua fettina in cielo, a far da contrappunto al limone che galleggia sobbalzante, evitando di farsi affondare dai freddi iceberg che ne insinuano la navigazione.
Nuove note vengono sussurrate dalle casse, in un rincorrersi di dita che inseguono la fredda rugiada, condensa dei miei pensieri sul freddo vetro e che scorrono a perdersi sul tavolo, in pozze di molli riflessi.
Il trillo irriverente di un telefono fa eco al borbottio crescente d’un trombone che vuol aver ragione a tutti i costi col suo dirimpettaio: s’alza di nuovo il ritmo delle parole, dei versi, e persino delle luci al neon delle insegne, fredde e ostili, in cui si insinuano le ombre sfarfallanti delle falene.
Un ultimo sorso, un amaro finale di quella luce blu che ho visto scorrere fino a infrangersi nel buio della città riaccesa nelle sue finestre, auto e chissà cos’altro.

Mi alzo, appagato nei sensi, vigili operai della memoria che, implacabile, ne terrà traccia.

Alessandro Gianesini

George Gershwin – Rhapsody in Blue

Per chi non ne fosse a conoscenza, l’ora blu è un particolare momento del crepuscolo, all’alba o al tramonto, quando il sole è sotto la linea dell’orizzonte.

Se vi va, provate a rileggere il brano sperimentale che vi ho proposto ascoltando la musica o dopo averla ascoltata.

In copertina: Bokeh di aperitivo al tramonto, photo by me (6 giugno 2020)

116 pensieri su “Rapsodia dei sensi nell’ora blu

  1. Descrizione impeccabile ed azzeccatissima…Rende la scena sensibile ad ognuno dei 5 sensi😍
    My King è sempre sovrano assoluto di scrittura!❤😘
    Martini dry e Gin tonic: due dei miei favoriti😎
    Complimenti al tipo: dopo un connubio di questo genere, nella migliore delle ipotesi tornerei alla macchina carponi. Oppure mi addormenterei direttamente lì sulla sedia con ancora in mano il secondo bicchiere appena scolato😂
    E…Gershwin è sempre una garanzia!
    Mi manca potermi godere il momento come lo hai descritto…e, soprattutto, in serenità vera, così com’era prima del virus…

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  2. Hai descritto perfettamente il momento, soprattutto dal punto di vista emotivo: la tensione della giornata che sembra sciogliersi come il ghiaccio nel bicchiere, per lasciare una sorta di freschezza che lenisce tutte le difficoltà del tempo appena passato. Adesso il “cin-cin” magari te lo faccio con il caffè 😅, ma ottima scelta di aperitivo!

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  3. Buongiorno Ale!!! 🙋😘🤗
    È un racconto assolutamente sublime!!! 😍 Mi sembrava di essere lì e di vivere in prima persona la scena, che bellezza!!!
    La scena in particolare dove le tensioni della giornata vengono sciolte in un drink mi ha colpita molto, ho adorato la descrizione! 😘

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  4. al termine di questa rapsodia che accarezza molto più dei 5 sensi, ecco partire il mio applauso con conseguente standing ovation per l’autore (delle parole ma anche della foto dall’atmosfera perfetta).

    non sapevo dell’ora blu, sapevo solo del raggio verde… ^_^

    ps: letta anche col sottofondo… ma la preferisco “a nudo”: la musicalità delle tue parole in sé e dell’evocato merita la scena.

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    1. Ecco, io sono diventato rosso come un pomodoro, ne sono sicuro.
      Ma ti pare il caso di farmi tutti ‘sti complimenti? Io poi mi imbarazzo e non so nemmeno fare una battutina per sdrammatizzare.

      Grazie Ricciolina: un bacione grande grande! 😘

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      1. Ah, Ricciolina. L’articolo di prima non era rivolto solo a te: mi capita abbastanza di frequente e quindi non ti devi preoccupare. E’ solo una mia paranoia di cercar di essere un comunicatore migliore.

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      2. sì, sì l’ho avevo immaginato perché anche io provo lo stesso disagio (da me) da un po’ di tempo.

        Mi sa che non c’è rimedio, Ale… siamo “uno, nessuno, centomila” specie qui dove non ci guardiamo negli occhi.
        non ci resta che allenarci a “spallucce”…

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  5. Wow, descrizione perfetta, sei molto bravo Ale i miei migliori complimenti!!!!! 😊 P.s. sto aspettando ancora un articolo di come non essere permalosi! Non pensare che io mi sia dimenticato 😂😂😂 buonagiornata 🌸😋

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    1. Grazie Vale, sempre ben accetti i complimenti. 😊

      L’articolo? In realtà si riassume proprio in quelle 2 o tre righe che ti avevo scritto, eh: non pensare che serva chissà che cosa, solo un po’ di accortezza ed esercizio.

      Però magari, un giorno potrei anche scrivere qualcosa su quell’argomento. Nel frattempo, però, ti faccio allenare sulla pazienza! 🤣🤣🤣

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    1. Grazie Paola!
      Dallo stesso brano di Gershwin avrei potuto scrivere altre 10 storie differenti, ma alla fin fine questa mi è sembrata la più adatta e consona a quello che volevo far provare al lettore. Se ci sono riuscito, ne sono davvero felice 🙂

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  6. Wow… non so dire altro che wow. Parole cariche di sensibilità, davvero bravo. Mi hai fatto sentire le emozioni e la musica, complimentoni davvero ❤ E che musica, una delle mie canzoni preferite, più che altro perchè la associo a Woody Allen. E davvero, sembrava di star guardando la frenetica New York 🙂

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    1. Ciao Polipetta, grazie mille per le tue parole! 💜
      Pensavo di averti risposto, invece chissà che fine ha fatto quello che avevo scritto: misteri di WP! 😅

      Spero di riuscire a rifare un simile esperimento, ma Rapsody in blue è un gradino sopra ogni altra musica. 🙂

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