E vado sempre via

Cerco in lungo e in largo un posto riparato per sfilarmi il tacco dodici che s’insinua, bucandolo, nel velo nero delle balze del vestito solenne verde brughiera.
È tutto sistemato con preziosa devozione. La grande torta al centro: imperiale, imperiosa, imperterrita, nonostante l’afa, svetta frontale. Tutt’intorno alla grande fontana viva, da cui sgusciano zampilli freschi che distribuiscono inconsapevoli spruzzi di rifocillante sollievo, ecco i tavoli rotondi, cinque posti a sedere.

Guarda lì, è proprio lei, così come me la immaginavo.
Ossignur, non posso crederci, avrei detto più alto.
Non credo ai miei occhi; ci avrei giurato; e chi se lo aspettava.

Mentre i pensieri scorrono inafferrabili come su un nastro VHS, trovo rifugio sotto un verde salice.
Appoggio le mani al tronco e alzo il ginocchio destro. La mano sinistra comincia ad armeggiare con la fibbietta capricciosa.
Riesco ad aprire il “lucchetto” e tolgo la prima scarpa. Ahhh
Procedo simmetricamente con l’altro lato per inerzia automatica non più curante dei dettagli, appresa ormai la giusta sequenza.
Stacco il peso del mio corpo dall’albero, tenendo le stringhe tra l’indice e medio sinistro. Cammino guardando indietro, mentre ancora la mia mente si arrovella, arrabattando su ipotetiche appartenenze identitarie.
Con l’altra mano libera sposto i ciuffi cadenti sugli occhi socchiusi, soffiando aria dagli angoli della bocca.
Con un movimento convulso della spalla, tiro in basso la manica della stola di pizzo. Riequilibro il tutto, con un colpo di tarantola e libero anche le braccia. Finalmente.

Qualche passo e vado verso scalini di pietra che conducono a una vista panoramica; attraverso una soglia surreale incorniciata da un roseto odoroso.
Manca solo un grado per raggiungerlo e sento che sto per capitolare rovinosamente sul tappeto di erbetta umida.
Il mio stomaco sobbalza prevedendo l’impatto quando una inaspettata leggerezza mi sospende a mezz’aria.
Avverto una mano sollevarmi dal gomito e salvarmi in punto di rottura.
Sono costretta a drizzare il mento in linea verticale, un po’ per il dislivello dovuto alla quasi caduta, un po’ per l’evidente differenza di statura.
Fisso i miei occhi nei suoi dove acquisiscono per diritto, fissa dimora. Indefessa e indifesa, arresa oramai.
Nessun tormento, nessun dubbio, niente crucci: è lui. Senza bisogno di conferme.

Ma come? Non ti stavo cercando?

Scioglie un abbraccio al petto, l’imbarazzo del ritrovarsi senza aver chiesto, dell’incontrarsi senza aver atteso.
Nel luogo più ombroso del giardino, in pieno mezzodì, una pioggia di stelle cade: piccole scintille danzanti in punta di vertici, roteanti spigoli, spirali di senso opposto giocano scoppiando.
Tempo
ti misurammo a battito vibrante,
non esistesti che nell’istante
eterno
di quell’impalpabile
bacio.

“Resta.”
“Non posso.”

Camelia Nina


Vi ricordo la possibilità di cercare di indovinare l’autore del brano in questione e, se vi va, indicare o linkare un brano musicale da associare al testo sopra riportato.

In copertina: immagine da Pinterest

57 pensieri su “E vado sempre via

  1. Ciao Ale! 🥰
    Racconto affascinante e meraviglioso, mi sembrava di essere immersa nella scena e bellissima la descrizione della ragazza dell’ambientazione e il finale poetico del bacio è sublime complimenti al/alla blogger! 👏🥰
    Purtroppo non so chi potrebbe essere..😥 sono una frana con queste cose…mi dispiace molto…
    Come musica di sottofondo mi è venuta in mente la melodia Adagio di secret garden 🥰 ♥️

    Piace a 1 persona

      1. Grazie a te per aver condiviso questo scritto (non so dir chi può averlo scritto).

        ps. la canzone…parte al “Resta” ” Non posso”.

        Se ti leggi Guangzhou Room nelle mie categorie…capirai quanto io tenda ad associare parole, immagini e musica…sempre.

        Piace a 1 persona

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