Il Capitano Lone Shanty

«Corpo di mille maledetti kraken!»

Così esclamava il Capitano Lone Shanty, quando qualcosa andava storto. Lui e la sua ciurma erano partiti alla volta di Trinidad, per cercare il famigerato bottino delle Sirene Urlanti, sepolto lì da tempo immemore e che nessuno era mai riuscito a dissotterrare. Si dice che quel forziere abbia appiccicato addosso una maledizione terribile, alla pari di quelle che lancia il Demone degli Oceani. Ma Lone non aveva paura di niente, ed era pronto a partire per ottenere un mucchio di monete luccicanti, e soprattutto onore e gloria in ogni bettola e taverna in cui avrebbe messo piede… solo uno in effetti, visto che l’altro gli era stato strappato via a morsi da un Megalodonte anni prima. Ora, al suo posto, troneggiava una banale gamba di legno consumata, che a malapena lo faceva camminare decentemente. D’altronde non aveva mica soldi per permettersene una più lussuosa, per quello voleva andare a trovare quel tesoro. E così fece. Raccattò una ciurma di disperati come lui, tutti pieni di lividi, cicatrici, alcuni pure senza un occhio, e decise di partire all’avventura, sperando per il meglio. Strinse a sé il medaglione che gli aveva regalato la madre, e decise di venderlo per comprarsi una nave mezza scassata, ma adatta per quel viaggio periglioso. Fu una scena così struggente che qualche mozzo si mise pure a piangere vedendo il Capitano Lone, uomo rude e con la barba nera ispida, dare via quel gioiello tra i singhiozzi al commerciante sul porto di Panama. Decise di nominare la nave Shirley come sua madre e, raccolte un po’ di provviste, chiamò all’ordine la sua ciurma e diede gli ordini per la partenza. Quegli uomini, che più che veri pirati sembravano dei sorci spelacchiati e denutriti, levarono l’ancora con discutibile forza e spiegarono le vele alla volta di Trinidad e di quel bottino.

Erano passate settimane da quando avevano lasciato il porto e dell’isola neanche l’ombra. Il cibo scarseggiava, non c’era quasi più grog nei barili e tutti si lamentavano del gran caldo che attraversava la loro pelle abbronzata. Ma il Capitano Lone Shanty era ritto sul timone, con sguardo fiero, senza mostrare segni di cedimento. Non poteva mostrarsi debole di fronte alla ciurma, anche se a momenti la sua gamba di legno cedeva sotto i morsi della fame. Ad un tratto, dopo giorni di mare infinito e piatto, successe qualcosa di strano.

«Corpo di mille maledetti kraken!»

Lone notò che la bussola stava cominciando a girandolare, senza più segnare il nord. La lancetta girava e girava senza sosta, come una trottola impazzita. Nuvole nere coprirono in un attimo il cielo, e lampi cominciarono a tuonare senza sosta. Il vento si fece burrasca e tutti corsero ai loro posti, pronti per manovrare le vele e riparare eventuali perdite. L’atmosfera era spezzata e confusionaria, come un pianista scadente che non segue il ritmo del metronomo. I mozzi urlavano dal terrore, la pioggia sferzava le teste scompigliate degli uomini. Sembrava che Shirley mugugnasse e ansimasse, le sue travi scricchiolavano sferzate dalle grandi onde nere. Il Capitano Lone non sapeva più come governare il timone, che proprio non voleva saperne di seguire il suo comando.

Dall’oceano si levò una voce suadente, creando sconcerto nella nave. Era dolce, morbida come una torta appena sfornata, e cominciò a cantare. Le parole sembravano non appartenere a questo mondo, e la melodia era così armoniosa che lasciò tutti a bocca aperta. Nessuno sapeva chi fosse a produrre tali incantevoli note, forse una sirena venuta in loro soccorso. All’improvviso tutti chiusero gli occhi, senza curarsi più della tempesta che li aveva colti alla sprovvista. Si lasciarono trasportare da quel canto celestiale, abbandonandosi completamente a quella magia musicale. E si addormentarono.

Quando il Capitano Lone aprì gli occhi, gli si stagliò di fronte un immenso cielo azzurro. Sentiva la testa girare, come se fosse stata sballottata per ore. La sabbia gli si era incollata su tutta la barba e, alzandosi pian piano, notò che era seduto su una battigia, l’acqua che gli bagnava i pantaloni. Si girò intorno e vide che, accanto a lui, alcuni dei suoi uomini erano distesi a terra, anche loro in procinto di svegliarsi. Si accorse che erano meno della metà di quelli che si era portati dietro, e si ricordò della tempesta. Probabilmente non ce l’avevano fatta, la sirena se li era portati giù nel regno del mare. Aiutò i pochi rimasti a riprendersi, mentre meditava su cosa fare. Vide che Shirley era poco distante, lontana dalla secca. Forse era un po’ malandata ma galleggiava ancora, almeno per il momento. Radunò la sua ciurma e, con tono fermo e deciso, li esortò ad esplorare l’isola, in cerca di cibo, acqua e qualsiasi cosa fosse servita per sopravvivere. Decisero di fare gruppo per non perdersi, quella foresta tropicale sembrava davvero fitta e irta di ostacoli.  Mentre camminavano, Lone notò uno strano dipinto su un sasso. Sembrava il disegno stilizzato di una sirena, con la coda e tutto il resto. Quello strano graffito gli ricordava qualcosa, doveva solo sforzarsi di più. Ma sì, certo! Lo aveva già visto in un vecchio libro polveroso, quello delle leggende del forziere delle Sirene Urlanti! Allora erano arrivati a Trinidad, era riuscito a trovare l’isola dove era sepolto il tesoro! Preso dall’entusiasmo cominciò a saltellare intorno, con grande sconcerto della ciurma. Quando, nella frenesia del momento, successe qualcosa di inaspettato e…

«Sophie ti vuoi muovere? Dobbiamo andare subito dalla nonna!»

Sophie chiuse in fretta il libro di racconti pirateschi e lo infilò nel suo zainetto. E adesso cosa sarebbe successo al Capitano Lone Shanty? Era forse finito in una trappola? Con questi pensieri che le frullavano in testa raggiunse la mamma, che le prese la mano. Dovevano dirigersi subito alla funicolare che collegava le due parti della città, altrimenti l’avrebbero persa. La ragazzina teneva stretto il palmo della mano e correva a perdifiato. Per fortuna arrivarono in tempo e le due tirarono un sospiro di sollievo. Sophie adorava prendere la funicolare, perché era sospesa in aria e sotto scorreva un fiume, ai suoi occhi, enorme. Guardò stupita quella grande distesa di acqua, sognando di fare, un giorno, un viaggio in barca, come una vera piratessa. Adorava leggere e vivere avventure, e con la sua fervida immaginazione riusciva a catturare ogni minimo particolare descritto, e tramutarlo in realtà nella sua mente. Non amava molto guardare i film, anzi spesso e volentieri non prendeva nemmeno in mano il telecomando. Invece le storie che leggeva, quelle sì che le restavano impresse nell’anima. Provava una grande sensazione di libertà, per lei i libri erano mondi fantastici in cui rifugiarsi quando a scuola aveva avuto una giornata no, o quando si sentiva triste, arrabbiata per svariati motivi. Con gli occhi persi nell’orizzonte, Sophie guardava il fiume come se fosse sulle tracce di qualcosa. E le sembrò di vedere, in lontananza, la nave del Capitano Lone Shanty attraversare le onde, pronto ad affrontare un nuovo e pericoloso viaggio. Chissà se lui e la sua ciurma riusciranno a trovare il tesoro delle Sirene Urlanti. Non vedeva l’ora di scoprirlo.

Talija Lainor

34 pensieri su “Il Capitano Lone Shanty

  1. Simpatico racconto 🙂
    Se mi è consentita una piccola osservazione, da appassionato di musica, mi permetto di far notare che i pianisti “scadenti” sono proprio quelli che seguono pedestremente il ritmo del metronomo, mentre quelli davvero bravi sanno come “andare a tempo” pur variando continuamente l’agogica – cosa che è parte fondamentale dell’interpretazione, contribuendo a definire lo stile di un buon musicista.
    Buona serata.

    Piace a 2 people

      1. 😀
        Occhio a non finire sulla Cassa del morto! 😉
        (Se conosci già questa storia ti prego di scusarmi. Secondo uno studio della Royal Geographical Society, Dead Man’s Chest è il nome dato ai tempi dei bucanieri a un isolotto caraibico sul quale, secondo la leggenda, il pirata Barbanera avrebbe abbandonato parte della sua ciurma, responsabile di ammutinamento, lasciando a ciascun uomo solo una bottiglia di rum e niente cibo; sempre secondo la leggenda, quando Barbanera ritornò a Dead Man’s Chest, un mese dopo, vi trovò solo quindici sopravvissuti: quelli del testo della canzone che R. L. Stevenson cita più volte nell’Isola del tesoro, probabilmente opera del narratore stesso.)

        Piace a 2 people

      2. Sì, l’avevo sentita, ma un ripasso dei fondamentali è sempre una cosa importante!

        Ma il capitano, ora che ci ripenso, son sempre io, quindi mi auto-ammutino (ogni tanto dovrei anche auto-ammutirmi, ma questa è un’altra storia) e redarguisco la mozza… la cambusiera… insomma, la responsabile di cotanto affronto ai pianisti! 😉

        Piace a 1 persona

  2. Ti ringrazio per la precisazione! A mia discolpa, Metronomo era una delle 10 parole suggeritomi e non sapevo proprio come infilarcela XD lungi da me trovare giustificazioni, sapevo più o meno il discorso del metronomo e probabilmente ho scritto più oensando all’immagine che volevo dare invece dell’effettiva correttezza, davvero mi dispiace 😀 ti ringrazio anche per aver citato la Cassa del Morto, amo le storie piratesche 😀 purtroppo, in ogni caso, questo racconto è frutto di un esperimento e scritto pure velocemente, per questo mi scuso ancora per la svista e ti ringrazio nuovamente per la precisazione 🙂

    Piace a 2 people

    1. Per carità, non devi affatto scusarti 🙂
      Avevo letto la presentazione di questo racconto scritta da Alessandro, quindi ero al corrente delle dieci parole “obbligatorie”. Mi pare che la prova possa dirsi superata, a dispetto della fretta con cui è stata affrontata.
      Un caro saluto.

      Piace a 1 persona

      1. Mah, per la verità non lo credo. Per scrivere bene, musica o altro, bisogna essere sobri e sani. Non credere ai film che mostrano artisti corrosi dalle malattie o dall’alcool e tuttavia capaci di creare opere immortali. La mia esperienza mi dice il contrario: i capolavori nascono nell’astinenza da liquori e medicinali 😉

        Piace a 1 persona

      2. Ok, io invece sono partito per la tangente, come spesso capita 🙂
        In V ginnasio avevo preso parte a una specie di seminario che aveva per oggetto uno studio sull’uso (e sull’abuso) di alcool e stupefacenti da parte di vari tipi di artisti, e i risultati, relativamente alla composizione musicale, furono più o meno quelli che ho descritto sopra. Diversi, invece, per quanto riguarda i musicisti “pratici”, cioè gli esecutori, specialmente i rockettari.

        Piace a 1 persona

      3. Mi fai venire in mente un mio compagno di classe, figlio di veneti trapiantati a Torino, un tipo molto… concreto, diciamo così. “Suonava la chitarra coi denti?”, disse, “E che xxxxx importa? Se a suonare coi denti fosse saltato fuori qualche suono insolito, non producibile altrimenti, ne potremmo anche discutere. Ma così non è, e quello era nient’altro che il solito tossico strafatto”.
        Chiedo scusa se ho urtato la sensibilità (anche gengivale) di qualcuno.

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.