Nisuab Minphus

Questi sono i fatti accaduti nel mese di Loront, dell’anno 963 III.C. poco prima del CCCLXII anniversario dalla fondazione del tempio di Voptarya, Signora dell’Acqua, sull’isola di Dinvor, nell’arcipelago di Zyhon. eventi di cui io, Manliok Arthurji, sono stato attento testimone diretto o tramite racconto certo e sicuro.

[…] Nei giorni successivi, Horatius Minphus, figlio di Erant, si trovò da solo con la propria cugina, la giovane e avvenente Alphir, figlia di Omant, fratello minore di Erant: era il tempo in cui i mari si sgonfiano e lasciano spazio alla navigazione lungo le tratte oceaniche. Ebbene, quel dì ella fu presa con la forza e posseduta nel magazzino che il padre di lei aveva vicino nei pressi dei moli, tra le casse di armi e quelle della refurtiva; fu proprio Omant a scoprire l’atto della deflorazione della figlia, ormai prossima al sedicesimo genetliaco. Egli, da buon padre, dapprima pretese, seppur senza troppa foga, che il nipote si allontanasse dalla figlia, minacciandolo con il proprio uncino, posto dove un tempo era la sua mano destra, ma al rifiuto del congiunto, più alto e più robusto dello zio paterno, che invece continuò a sollazzarsi con Alphir fino al raggiungimento del piacere, desistette e propose infine a Horatius di non denunziarlo al tribunale del Codice dei Cavalcatori d’Onda, l ‘unica forma di giustizia civile presente sull’isola, se avesse acconsentito a prendere in moglie la cugina stessa. Nonostante le reiterate proteste della giovane, messe peraltro a tacere con un manrovescio da parte del giovane figlio di Erant, dopo essersi risollevato i calzoni, egli accettò di buon grado la proposta di suo zio Omant.
All’indomani, nel pronao del tempio di cui sono umile discepolo, si svolse il rito, alla presenza dei due fratelli Minphus, padri dei due sposi, dei fratelli della sposa stessa, Mebor e Altion, e della sorella dello sposo, Medin; come è già stato registrato nei volumi precedenti, le mogli di Omant ed Erant, non presenziavano, in quanto erano state vendute ad una ciurma di minotauri allorché raggiunsero l’età in cui non potevano più figliare.
La sposa aveva ancora il labbro rotto dov’era stata colpita il giorno precedente e stava tutta tremante al fianco del cugino-sposo, il quale, baldanzoso più che mai, scoccava occhiate tutt’altro che caste alla generosità del corpo della giovane moglie.
Finito il rito, i convitati andarono al frugale banchetto imbastito in fretta e furia nello stesso magazzino in cui i due sposi furono protagonisti il giorno antecedente: parteciparono anche alcune delle schiave delle due famiglie in qualità di serve e fu proprio una di queste, la bella e flessuosa elfa Ivorfin, ad essere scelta come domestica e futura levatrice di Alphir, nonché concubina del marito, così come prevede la Regola 15, comma 2 del Codice dei Cavalcatori d’Onda di Zyhon. E come a voler dare ulteriore prova della propria virilità, Horatius si ritirò ben presto dal banchetto, portando nella sua dimora le due donne, entrambe ad un passo dietro di lui, sempre secondo la tradizione dettata dalla Regola. […]

Dalle Cronache di Manliok Arthurji,
storico di Dinvor, primo discepolo di Guissel Mairans,
gran sacerdote del tempio di Voptarya a Zyhon

E fu così che venni al mondo io, Nisuab Minphus, dalla relazione carnale tra mio padre, Horatius Minphus, e la sua schiava-concubina, Ivorfin, nell’isola di Dinvor dell’arcipelago di Zyhon.
Agli occhi di molti di voi, questo può apparire un destino crudele e un fato avverso: sciocchezze! È solo perché non sapete ancora cosa accadde gli anni successivi alla mia nascita, quando quella che io credevo essere stata un’infanzia normale si trasformò, in seguito, nel peggiore degli incubi.
C’era stato un tempo, nei due lustri e poco più dopo la mia nascita, in cui mia madre mi insegnò quel poco che ancora conservo nella memoria: mi istruiva nella lettura e nella scrittura, mi parlava con il dialetto dei suoi simili e mi tramandava parte della storia di famiglia, poiché in me era chiara l’ascendenza, nonostante i lunghi capelli scuri ricoprissero le orecchie decisamente più a punta di quanto fossero quelle degli umani; con questo suo fare, mi voleva aiutare nel caso avessi avuto la possibilità di lasciare l’arcipelago e approdare su uno dei continenti: forse possedeva anche qualche capacità divinatoria, chi può dirlo?
Avevo inoltre un fratellastro, Anamo, nato dalla moglie di mio padre, Alphir, tre anni dopo la mia nascita (nel 965 III.C.), che si era affezionato a me più di quanto mio padre lo fosse mai stato e almeno tanto quanto mia madre lo fu ai tempi della mia infanzia; però, proprio a causa di questo attaccamento fraterno, al fatto che ero figlia di una schiava elfa e che ero una femmina, la cosa peggiore in quanto inutile al lavoro e alla prosecuzione del nome della casata, ero divenuta il ricettacolo e la causa di ogni male che si abbattesse sulla famiglia; fu così che si decise di porre rimedio a tutto questo, senza nemmeno doversi inimicare la dea Voptarya.
Era la vigilia della “Prova dell’Acqua” per Anamo: stava per compiersi per lui il sedicesimo Giorno della Vita; io avevo ormai superato i diciotto anni, ma ero decisamente più minuta e fragile di lui, a causa del retaggio del sangue elfico che scorre nelle mie vene. Ebbene, il nostro stesso padre, Horatius, ci volle entrambi presenti e ci disse: «Ora voi due andrete incontro al vostro stesso destino. Tu, figlio mio, diverrai forte e robusto più di me, comanderai una flotta e ti arricchirai come nessuno mai nella nostra famiglia». Questa frase è la stessa che ogni padre pronuncia davanti al proprio discendente, per cui non ci fu alcuna particolare sorpresa; tuttavia egli non ci congedò subito e proseguì: «Tu, seme dei miei lombi, figlia bastarda e procacciatrice di sventura, sarai sacrificata alla Signora dell’Acqua e riporterai con la tua morte la ricchezza e la fortuna nella casa che troppo a lungo ti ha ospitato. E lo farai da schiava! A te, figlio mio prediletto, l ‘onore di porre fine all’inutile vita di Nisuab, nella speranza che gli abissi accolgano il suo corpo come dono per i loro banchetti».
Immagino che voi capirete che cosa significasse tutto ciò, e quindi non vi stupirete sapendo che cominciai ad urlare, scalciare e dimenarmi, mentre ero trattenuta da due sgherri di mio padre, comparsi quasi dal nulla alle mie spalle; e tutto quello avvenne, alla presenza dell’intera famiglia, mia madre inclusa, che singhiozzava sommessamente, mentre il resto sogghignava nel vedermi, alla fine, legata e imbavagliata e marchiata come proprietà di Horatius, che al contempo consegnò ad Anamo una copia del medaglione runico per impedire che morissi una volta allontanatami dalle coste di Dinvor. Fui legata a prora della piccola imbarcazione e affidata ad Anamo. Horatius si soffermò persino a constatare la tenuta dei nodi che mi trattenevano e non disdegnò di toccare il mio corpo laddove più mi procurava umiliazione; dopodiché se ne andò sogghignando, lasciandomi afflitta, disperata e in lacrime nel mutismo del mio bavaglio.
L’unico silenzioso e serio era proprio il mio fratellastro, che tuttavia non dava segno di volermi aiutare né, tantomeno, contravvenire agli ordini paterni. Fu così che spiegò le vele e fece uscire la piccola imbarcazione dal porticciolo, in direzione Est, mentre Diesef iniziava a levarsi al di sopra dell’orizzonte.
Una volta giunti in mare aperto, dopo aver controllato per l’ennesima volta le poche merci che costituivano il suo carico e il cui ricavo gli avrebbe fatto ottenere lo status di adulto nella comunità dei Cavalcatori d’Onda, venne verso di me e mi liberò dal bavaglio, ma si astenne dallo sciogliere i nodi che mi tenevano ancora legata, mentre io lo supplicavo di avere pietà di me e che sarei scomparsa per sempre dalla loro vita e questo sarebbe bastato per dimostrare la mia prematura dipartita.
Si disse dispiaciuto, e che non avrebbe mai voluto compiere quello che gli era stato ordinato, perché lui mi trovava gradevole e anche utile, in talune circostanze. Leggevo il conflitto interiore sul suo volto: la cosa durò almeno tre giorni e due notti, poiché il vento soffiava e lui era impegnato a governare le vele per trarne il massimo vantaggio possibile e arrivare nel Dodantior quanto prima.
Quando infine il viaggio stava volgendo al termine e la decisione di Anamo sembrava presa, egli mi tolse il segno della mia schiavitù col suo medaglione, ma solo per permettermi di poter perire da mezzelfa libera, in onore del nostro passato, senza tuttavia liberarmi dalle corde che mi tenevano legata a una piccola cassa. Sta di fatto che, forse distratto da queste ultime operazioni, mentre invocava Voptarya per il sacrificio rituale, il vento si levò improvviso e il boma girò rapido attorno all’albero e colpì Anamo alla nuca, facendolo crollare sul ponte in maniera rovinosa, con il sangue che si spandeva sulle assi della barca.

Devo ammettere che avrei tratto un sospiro di sollievo, se non fosse che, purtroppo, i guai erano solo all’inizio: eravamo in balia del vento e Diesef stava ormai calando all’orizzonte, ma in lontananza, da Ovest, si scorgevano delle navi ben più imponenti della nostra venire verso di noi.
Gridai per far rinvenire il mio fratellastro, ma a nulla valsero i miei sforzi: la prima nave ci sfiorò da tribordo, facendo oscillare la nostra imbarcazione quasi da ribaltarla per il rollio; ma fu la seconda, sulla cui rotta eravamo finiti per il precedente spostamento, che ci travolse in pieno; a bordo si sentivano i minotauri urlare per il gradimento di quella manovra, e nemmeno presero in considerazione l’idea di recuperare il piccolo carico che trasportavamo. E men che meno noi due.
Fu così che io e mio fratello Anamo finimmo in mare, speronati dal possente veliero.
Appena prima dell’impatto egli ebbe il tempo di riprendersi e fissare nella mia direzione, avvicinandosi lentamente a me tenendo nella mano tremante il proprio pugnale, ma il fatto che non riuscì a raggiungermi fu la mia salvezza e la sua fortuna avversa: egli, per l’urto, fu scaraventato contro la cassa a cui ero legata e l’impatto fu talmente violento che sentii le ossa del suo cranio infrangersi; io, quasi nello stesso istante, fui sbalzata lontano dal resto del natante e mi trovai, per puro miracolo, ancora legata ad alcune assi, ma con la faccia rivolta al cielo che stava via via diventando stellato. Quando le cinque navi dei minotauri transitarono e ancora si udivano le risate e in lontananza, della nostra imbarcazione restavano solo dei detriti; il corpo di Anamo era sparito negli abissi, non lasciando alcuna traccia. Da quel che potevo comprendere, era stato inghiottito dalle nere acque: non aveva superato la Prova dell’Acqua! Risi istericamente per la situazione, pensando a mio padre, ricevendo per risposta lo scherno dei marinai che si allontanavano velocemente; infine mi lascia cullare dalle onde mentre il sonno mi pervadeva.

Rimasi a galleggiare per altri due giorni, in balia del mare e sballottata dai venti e dalle onde che si alternavano in quel braccio di mare: non sapevo se le correnti mi stessero trasportando nella giusta direzione, ma fu quella la prima volta che mi misi a pregare intensamente Voptarya e forse le mie suppliche ricevettero una risposta, perché alla fine del secondo giorno, intravidi la terraferma. Ero ormai più morta che viva, disidratata e prossima all’emettere l’ultimo respiro, ma non era quello a cui ero destinata.
È da allora che provo una paura smisurata e incontrollabile quando mi trovo davanti alla distesa del mare, calmo o agitato che si possa presentare. Da quel giorno non ho mai più posto piede su una nave, ad eccezione di qualche zattera per attraversare piccoli corsi d’acqua, ma anche in quelle occasioni ho dovuto esercitare su me stessa una violenza quasi fisica per resistere alla paura e non fuggire urlando.
Quando rinvenni, un pescatore era riuscito a trarmi in salvo e quel brav’uomo mi aveva condotto a casa sua, una casupola poco distante dalla spiaggia: mi rifocillò e mi diede un giaciglio, accanto a quello della sua unica figlia, poco più grande di me. Da lei ricevetti delle vesti che ormai le risultavano strette.
Rimasi con loro finché le ferite del mio corpo si rimarginarono e guarirono. Quelle dello spirito, invece, erano decisamente più profonde e non parlai a nessuno di quel che avvenne per un bel pezzo…
Una notte, quasi tre decadi dopo essere stata salvata, mi allontanai dalla quella nuova casa, dalla gente che mi nutriva e mi teneva con sé per pura benevolenza, ma che cominciava a farmi sentire come un peso, un fardello alla già precaria economia famigliare, come avevo avuto più volte avuto occasione di udire negli ultimi giorni, quando ascoltavo le conversazioni tra Siapha e suo padre Banur; forse credevano che io dormissi, ovvero ben sapevano che io li stavo udendo, sta di fatto che non mi dissero mai apertamente quello che pensavano e continuavano a sorridermi con un’espressione di pietà che io detestavo profondamente… E poi, anche se non era una cosa che si vedeva molto, per via dei lunghi capelli, ero una mezzelfa e questo su Sphaera ha ancora un suo peso.

Il villaggio più vicino, da quel poco che ero riuscita a farmi dire, era circa a tre ore di cammino e si trovava sulla strada per Lanther, seguendo la costa; l’alternativa era vagare verso Sud percorrendo strade e sentieri pericolosi, attraversare il Keldetuir e raggiungere il Glouhar, patria di mia madre. Optai per il Nord, e per il momento trascurai l’idea di raggiungere la “Grande Foresta”, così com’è conosciuto il Glouhar tra gli elfi del Ghadra, di cui mi aveva tanto parlato Ivorfin e dove parenti tuttora sconosciuti forse vivono ancora.
Il nome del villaggio che raggiunsi era Mabrhin e ci arrivai a passo spedito, in meno di due giri di clessidra, seguendo la strada della costa; meno di un centinaio di casupole, raggruppate attorno ad una piazzetta quadrangolare, su cui si affacciano una decina di edifici di pietra.
Forse saranno stati ben poca cosa, confrontati con gli edifici di Lanther e di altre importanti città, ma fonte di enorme soddisfazione per i proprietari di quelle solide dimore: la locanda, in particolare, presso cui ottenni lavoro dapprima come sguattera, successivamente come cameriera, era ben curata e piacevole nell’aspetto, oltre che calda e accogliente al suo interno.
Donon, il vecchio locandiere e capo del villaggio, mi prese subito in simpatia e mi offrì il lavoro che era stato fino a pochi mesi prima di sua figlia Lijhn, partita in compagnia di un gruppo di avventurieri venuti da lontano: egli non perdeva occasione di dolersi di quel fato, ma alla fine si vedeva orgoglio del padre per la figlia che aveva seguito la propria strada e che ora era in giro a scoprire il mondo, pur con tutti i pericoli che ne conseguivano.
Io avevo diritto a vitto, alloggio e una piccola paga che mi consentiva di fare qualche acquisto di tanto in tanto, sebbene serbassi la maggior parte delle monete d’argento per il viaggio che avrei sicuramente intrapreso verso Sud; con i primi risparmi, tuttavia, tornai da Banur e Siapha e li ripagai per l’ospitalità che mi avevano concesso: non volevano accettare, ma io insistetti e alla fine, grati, presero quelle poche monete che avevo portato loro.

Trascorsi a Mabrhin quasi un lustro della mia vita, imparando il dialetto dei nani e, in parte, persino quello gutturale dei minotauri, clienti abituali che si fermavano lungo la strada della costa del Dodantior.
In quel periodo ebbi modo di conoscere anche un mio simile, Helrel di Arielnor, mezzelfo che viveva in villaggio vicino al lago Bereyis nel Keldetuir centrale. Si fermò alla locanda per una decade, circa nove giorni in più di quanto aveva preventivato, poi dovette partire per affari da sbrigare a Lanther.
Dopo un mese, quando tornò dalla città, presi la decisione di lasciare Mabrhin e lo seguii: era bello, gentile e sagace; dopo l’iniziale resistenza, avevo deciso che mi sarei concessa a lui e che ci saremmo uniti in matrimonio sotto la benedizione di Clilor, di cui era un fedele adoratore; appresi lungo il viaggio che era un grande conoscitore delle foreste e lavorava come Ranger nel suo villaggio, e da lui imparai a muovermi silenziosamente senza essere scorta dagli animali, a costruire trappole, arrampicarmi sugli alberi e persino a usare arco e spada.
In quel nuovo ambiente i miei sensi si svilupparono in maniera sorprendente, o per meglio dire, si ridestarono dopo un lungo torpore, così presi a sentire, vedere e percepire meglio di quanto mi fosse mai capitato in passato.
Tutto sarebbe forse durato molto più a lungo, se non fosse stato per le continue sortite degli orchi dei Queqinavera verso le città e i villaggi della zona: centinaia di truppe di quella bellicosa razza iniziarono a defluire verso la valle di Dratas e alcune lambirono la foresta e il villaggio di Arielnor, così Helrel si sentì in dovere di proteggere e scacciare quelli che erano gli invasori delle terre da lui tutelate, benché le divinazioni non gli avessero né predetto questo, né imposto alcunché; lui  aveva deciso di unirsi alla Brigata della Speranza e questo lo faceva sentire ancor più saldo nelle sue intenzioni. Inoltre, quegli stessi orchi, non avevano affatto l’intento di attaccare un umile villaggio di poche decine di persone, senza alcuna ricchezza o valore, ma una volta ingaggiati, si buttarono sui pochi difensori con gli occhi iniettati di sangue e orribili urla di guerra: lo scontro non durò a lungo e si risolse in un massacro, poiché la Brigata era impegnata lontano a diverse leghe da lì. Il mio amato marito morì sotto i colpi dei più numerosi aggressori e fu solo grazie alla provvidenziale incursione della compagnia guidata da Hattiana Hope che i nemici furono messi in fuga. Io assistetti alla dipartita di Helrel, maledicendo la sua testardaggine, ma piangendone la sua scomparsa.

Quella stessa notte, disperata per la perdita, presi la decisione di partire e andare nel Glouhar, in cerca di quei pochi legami famigliari che erano rimasti nella mia vita, ma ci vollero tre giorni per i preparativi e quello fu anche il tempo per la cerimonia funebre di Helrel.
Mi avviai verso la costa con l’intenzione di deviare verso Sud una volta giunta in vista del mare: ero sicura che da sola probabilmente sarei riuscita a passare anche attraverso le montagne, ma non ero certa che sarebbe stata la scelta più saggia, quindi optai per la strada più lunga.
Raggiunsi Seqpuer, la capitale del Keldetuir, che avevo visto da lontano nel mio viaggio verso Arielnor: non ero mai stata in una grande città prima d’allora, ma nonostante i sensi mi avvertissero del pericolo ad ogni angolo, mi piacque e mi ci fermai per un po’… forse ben più del preventivato!
Spesi in poche decadi tutti i risparmi, compresi quei soldi che avevo avuto come eredità dal defunto marito. Non mi rimaneva altro da fare che ripartire e proseguire per il mio viaggio, così, quando stavo ancora rimuginando su cosa fare e le scelte da prendere in modo definitivo, mi capitò di vedere un ragazzino che sfilava con agilità un sacchetto di monete dalla cinta di un tronfio mercante. Lo segui in silenzio e raggiunsi quella che era una bettola nel quartiere dei moli sul fiume Kelis: lì stavo per affrontarlo, quando scoprii che il mandante era proprio il padre del ragazzo.

Saerek, dapprima riempì il figlio di insulti e botte, per il solo fatto di essersi fatto seguire senza accorgersene, poi rivolse l’attenzione a me. Mi diede cinque monete di rame per andare a comprarmi qualcosa da mangiare e passare la notte in qualche bettola, ma soprattutto per comprare il mio silenzio; poi mi ingiunse di ripresentarmi da lui il mattino seguente, prima che albeggiasse.
Io tornai con la pancia piena e tre monete ancora in tasca. Saerek sogghignò e mi disse: «Ben fatto, ragazza! Ben fatto».
Fu così che egli mi avviò alla proficua professione che tuttora esercito, spiegandomi passo per passo i trucchi del mestiere, le nozioni fondamentali e tutto quello che poteva servirmi per cavarmela nelle situazioni più disparate.
Ma poi anche lui mi abbandonò, quando si ritrovò a pendere da una forca per aver pestato i piedi a qualcuno più importante e più furbo di lui. Poco male: non aveva altro da insegnarmi, ormai. E in più aveva un modo di guardarmi che non mi è mai andato a genio. Credo che suo figlio, Saerekjus, lo raggiungerà presto, perché ha giurato vendetta sulla sua tomba, ma questo, ormai, non mi riguarda più e io ho piani ben più ambiziosi che far da balia ad un giovane umano sciocco e vendicativo.

Alessandro Gianesini

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