Ombra

È l’alba di Ferragosto, nessuno in città sa che sta per accadere qualcosa di spaventoso, tranne una persona: il momento è vicino. Poca è la gente a Mantova che gira per le vie deserte del centro.
Ma c’è ancora da aspettare: solo così il piano si compirà come era stato stabilito.
Scorron lente le ore, non c’è un alito di vento che muova le foglie ingiallite dall’afa; i laghi sono specchi di luce su cui il sole riflette i suoi caldi raggi: manca poco…
Le strade hanno ormai l’aspetto di una città fantasma: qualche donna si muove in fretta tra i portici non celando la propria inquietudine: che strano giorno.
Ormai le vie sono sgombre e nessuno s’arrischia più a uscir di casa: sono già le tre di un pomeriggio infuocato.
Qualcosa si muove: un’ombra getta la sua oscurità sull’acciottolato, ma la figura è segnata da un incerto contorno che fugge rapido da occhi indiscreti che spian dalle porte e dalle finestre lievemente aperte.
Si muove rapida tra le case quella misteriosa figura, come se conoscesse bene i posti che vede.
Intanto alcuni ragazzi schiamazzano nella via parallele: teme che si veda e così si dilegua in un anfratto tra due case, ma il tempo stringe e bisogna muoversi pur rischiando qualcosa. Manca poco alla meta: ora il caldo è talmente torrido che nemmeno i piccioni lasciano le grondaie e solo una carrozza si sente in lontananza con il cupo battere degli zoccoli sulla strada. Il losco figuro continua ad avanzare tra viuzze segrete e strade deserte.
Ogni tanto si ferma a fontane ormai aride e trova ristoro con poche gocce d’acqua. S’è tolto il cappello e si scopre una folta chioma di capelli biondi e lunghi, ma il viso è ancora celato dal nero mantello.
La corsa continua senza ulteriori soste con la frenesia di chi è all’ultima spiaggia e non ha nulla da perdere.
Arrivata in piazza Sordello l’ombra si ferma, ansante, e volge lo sguardo a destra e a manca, per individuare estranee presenze: non c’è nessuno.
Di fronte il duomo è addobbato da paramenti ricchi per il giorno di festa appena celebrato; durante la funzione, due diaconi sono divenuti sacerdoti con la consacrazione del vescovo.
La figura si muove rasentando i muri e passando sotto i portici di palazzo Ducale: di fronte alla casa vescovile compie un gesto di stizza, cadendo poi in ginocchio, cercando di celare un pianto dirotto. È una scena straziante, ma di breve durata.
Da sotto il mantello un luccichio fa capolino e non preannuncia niente di buono: sembrava un pugnale, o forse era un semplice orologio da taschino?
L’ombra riprende la sua marcia, e fa ingresso in duomo: fa attenzione a non farsi notare, e poi richiude cautamente il portone dietro di sé.
La chiesa pare vuota a un primo sguardo, ma l’occhio attento della sagoma in nero nota nella luce soffusa un movimento di ombre nella zona dell’abside e corre con passo felpato verso l’ultima navata di destra, cercando di nascondersi dietro un confessionale ligneo.
L’uomo che si muove nell’abside è un prete, dall’aspetto giovane e vagamente turbato: forse è proprio uno di quelli consacrati nella messa mattutina. Sta sistemando fiori intorno all’altare maggiore e mentre li dispone con cura le sue labbra recitano freneticamente delle ritmiche litanie imparate in seminario.
L’ombra intanto è avanzata di soppiatto ed è giunta alle spalle del sacerdote, che continua a sistemare fiori e a pregare.
Con un balzo repentino l’ombra gli si para davanti: il prete riconosce chi ha di fronte, ma non riesce a proferir parola.
Di nuovo quella luce sinistra scintilla sotto il mantello, ma questa volta li luccichio si spegne nel petto del malcapitato, a cui era impedita la parola dalla paura e da un fazzoletto tenuto dal nero guanto sulla sua bocca.
Il pugnale d’argento resta conficcato nel cuore del giovane ormai esangue, mentre una nuova e precipitosa fuga ricomincia per l’ombra.
Ormai i guanti insanguinati sono stati abbandonati e non celano più le candide mani, che si portano ripetutamente agli occhi per asciugare le lacrime nascoste dal cappello.
I giorni sono trascorsi ed il fatto ha lasciato la gente completamente a disagio.
Nel pomeriggio del 18 agosto un pescatore nota nel lago di mezzo una macchia scura: lentamente s’avvicina e vede un mantello ed un cappello entrambi neri.
C’è un cadavere nascosto dagli indumenti: l’anziano pescatore lo recupera e nel fugargli addosso trova un piccolo scrigno sigillato. Serve poco per riuscire a forzarlo e all’interno c’è un piccolo foglio con poche parole: “La vita senza te non val la pena di essere vissuta: ci rivedremo nell’aldilà e non ci separeremo più”.

Alessandro Gianesini

5 pensieri su “Ombra

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.